sabato 1 settembre 2007

Epilogo: il progetto Pablo

7 Settembre 2000, Puerto Lampira

Carlos fumava nervosamente l’ennesima sigaretta, impassibile al sole cocente salito ormai allo zenit. Una mano femminile si posò sulla sua spalla.
“Hai fallito di nuovo, non è vero Carlito?”
“Non ce l’ho fatta Cri…lui me l’ha impedito. Ha usato l’imposizione. Mi ha ordinato di allontanarmi per sempre dalla casa sulla scogliera. Il profeta è venuto al mondo. Suo padre vigilerà sull’infante…”
“Potrei anche crederti. Come potrei pensare che stia un po’ troppo a cuore quella Tortilla per conficcarle una sciabola nel ventre, uccidendo lei con il suo fardello di gioia. Così come ti sta troppo a cuore quel Branca. Ma gli ho fatto avere il benservito!”
“Ma come…sei accecata dal potere Cristina!”
“Farmi la fare la morale da un frocetto, ma tu guarda…ti ho assegnato due pedine da lavorare a dovere e tu ti sei innamorato di entrambe, mentre dovevi solo fingere tali sentimenti. Non sei degno di restare al mio fianco!”
“Non puoi parlarmi così! Come potevo competere con quel demonio di Caifa? E che ti importa se quando vado a letto con Branca godo oppure no? E poi…vogliamo parlare del trattamento che riservi ai nostri figli, per far credere a tutti che sei un uomo?”
“Basta, mi hai seccato, lurido messicano! Caifa non sa nulla…ha scopato con quella donna ubriaco in un’osteria! Tanto più che alcuni dei miei scagnozzi giurano di averlo visto ieri stesso a Portland. Se quel piccolo mostro sta al mondo è solo per colpa tua e della tua fottuta pietà!”
La pistola di C scoppiò un proiettile colmo di sedativo, che andò a conficcarsi dritto nel petto di Carlos. Il messicano si accasciò a terra privo di sensi.
“Ti ci vorrà un lavaggio di cervello, caro. Loro sanno come si fanno certe cose”
C pronunciò una formula arcana ed il terreno desertico ai loro piedi si sgretolò, aprendo l’accesso ad un baratro apparentemente senza fondo. I due precipitarono nell’abisso.

7 settembre, base sotterranea di Cardinali, Honduras

“Colonnello Niwag, grazie per aver ricostruito la mente del mio Carlos. Ha detto allora di non risvegliarlo prima di cinque, sei anni…bene. Quanto a lei, le affido il Pablo, il mio secondogenito, unitamente a questi splendidi esemplari di cuccioli d’uomo che potrete vivisezionare a vostro piacimento. Vi prego di crescere Pablo come uno dei vostri, di infonder in lui la vostra saggezza superiore e di farne un valente generale. Se non riuscissi a stringere, come spero, il mio giogo su questo pianeta, ci penserà lui a guidarne in futuro la conquista. Non posso consegnarvi il suo gemellino Chico…lui contiene preziose informazioni…lo so colonnello. Tra di voi sarebbe cresciuto come un Dio ma che ci volete fare. Io stessa ho potuto beneficiare di un solo anno a contatto dei vostri sapienti e possiedo poteri che i più straordinari esseri umani non potrebbero neppure immaginare. Buon viaggio allora. Certo, faremo esplodere questa base non appena sarete partiti. Poi, quando sarò diventata il membro dominante del conclave, favorirò la costruzione di un dispositivo spaziale all’interno della diocesi…no…non vi preoccupate…la manodopera la fornisco io. Lasciatemi solo un paio dei vostri ingegneri. Li terrò ben nascosti…allora è il momento…certo…dovete disintegrare chissà quali galassie… Pablo, vieni qui un istante!”
Un meraviglioso bambino ispanico accorse all’invito della madre. Questa non lo degnò neppure di uno sguardo, consegnandolo ad un essere incappucciato. La mano viscida e squamosa di quest’ultimo gli brancò la spalla e lo trascinò con forza verso una rampa di lancio.

Quella notte il cielo venne attraversato da una singolare scia luminosa. In molti, nell’America centrale, giurarono di averla vista. Branca, dal ponte di una nave sgangherata che faceva rotta verso Italia, la guardò svanire nelle tenebre attraverso l’unico occhio che riusciva a tenere aperto.
“Che spettacolo magnifico” esclamò un signore piuttosto robusto, malvestito e grondante sudore da tutti i pori.
“Anche lei italiano?” domandò il futuro commissario.
“Per Bacco si. Mi chiamo Pianini. Lavoro in polizia. E lei?”

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Superpippo

La vecchia storia del nuovo mondo

1 Ottobre Nuova Era

È cosa nota che alcuni posti vivano un eterno presente.
Chiunque abbia messo piede al Covaccio nei giorni successivi all’avvento dell’Iscariota non lo avrà trovato così diverso dal solito.
Fuori dal locale le auto parcheggiate sostavano nel medesimo frame di realtà industriale, in posa nel perfetto contraltare di una cartolina.
Il Grande Buio aveva perfino stemperato le più significative differenze cromatiche, poco importava che, nella zona antistante la bettola una cadillac nera passasse silenziosa a mezz’aria, avvolta da una nuvola azzurra guidata da un diavolo rosso che fumava erba idroponica con il cadavere di Vincent Gallo.
La clientela era un po’ cambiata ma erano rimasti gli odori come antenati fisici degli affetti e ogni tre urla demoniache teneva l’accento sulla battuta il suono atavico di un sofficino ghiacciato che impattava sulla piastra.
Tra non-morti ed esseri infernali si incontrava perfino qualche umano, qualche aneroide attaccato alla vita con la moquette sullo stomaco, il coltello fra i denti e una bottiglia di oligominerale.
Ed infine c’erano i tavoli da gioco avviluppati dal fumo, stretti da silenzi assassini, intrecciati da un sottovoce di bestemmie.
Branca aveva chiuso un full, stretto fra le dita scheletriche.
Nel cranio vuoto la breve conversazione con Giuda:
“Non posso fare nulla per te. Sarai costretto a vagare e a sgretolarti anno dopo anno, secolo dopo secolo fino a quando non diverrai polvere e anche allora la tua anima non troverà pace”
Eppure il suo spirito era sereno come un monolite in un giardino di noia quanto al corpo un miracolo lo aveva ricevuto:
“Ti concedo un organo solo, un organo a scelta. Dimmi dove vuoi che restauri una fetta della tua umanità”

Sul retro del Covaccio una puttana dalla lingua biforcuta si protendeva in ginocchio verso uno scheletro intento ad infilarle piccole pepite d’oro nel seno.

Dio

L'arca degli eletti

22 Settembre

Mentre le campane suonavano lugubremente a onorare il ritorno del sommo traditore, Branca lanciò uno sguardo alla piazza ed assistette ad alcuni incredibili avvenimenti. Ancelle spettrali emergevano dal sottosuolo, per pulire l’iscariota dal sangue di cui era cosparso il suo corpo e vestirlo di sfarzosi paramenti cerimoniali. Nel frattempo un gruppo di uomini, scortato dalle forze di polizia, si stava dirigendo verso l’astronave-battistero. Branca vi riconobbe politici, membri della curia, scienziati di grande fama, calciatori e uomini dello spettacolo. Al loro seguito erano schiavi di colore che spingevano gabbie contenenti bellissime donne, cinque per ciascun continente.
“C ha mandato il segnale di evacuazione” sentenziò Alfa “Ma non ti illudere: non gli importa il futuro dell’umanità. Quegli scienziati hanno i suoi geni. Spera che nella nuova società perfetta lo riportino in vita!”
Il manipolo degli eletti varcò il portone di ingresso dell’edificio. Alcuni demoni striscianti provarono a far breccia nel legno massiccio ma la statua di San Giorgio, prontamente animatasi, li fece a fettine con la sua spada leggendaria.
“Ci conviene allontanarci da qui, commissario”
L’Ecatonchiro balzò sulla cima della cupola della Cattedrale, mentre Giuda varcava la soglia del Duomo accompagnato da una schiera di creature deformi apparse da chissà dove.
L’astronave si staccava lentamente dal terreno, in attesa che il motore principale si portasse a pieno regime, per lanciarsi come un bolide tra gli spazi siderali.
Una palla di cannone sibilò nell’aria densa di cenere e perforò da parte a parte l’edificio battesimale, che vacillò un istante. Allora le sue pareti di marmo si sgretolarono come cera, svelando così il nucleo metallico e fantascientifico dell’astronave, fumante e luccicante. Una seconda cannonata, ancor più potente della prima, impattò alla base del veivolo, inclinandone leggermente la posizione. Un terzo proiettile danneggiò i propulsori, affievolendone notevolmente la potenza. Il mezzo spaziale partì allora a velocità ridotta, seguendo una traiettoria obliqua, a quarantacinque gradi. Poi, impattò con il campanile del Duomo, portandosi così in posizione orizzontale. Il colosso dei cieli guadagnava velocità, non riuscendo però a prendere quota. Mentre sorvolava già Via Garibaldi, Scilla, la trottola impazzita, si posizionò sotto di esso e sparò verso l’alto la sua punta di diamante. Questa, in uno scoppio colossale, mandò in frantumi l’astronave e con essa il sogno di Cardinali di rinascere in una società perfetta.
Alfa scoppiò a ridere, mentre l’ex commissario, ormai del tutto indifferente a quegli avvenimenti, pensava a quanto sarebbe stato bello poter gustare ancora un bel piatto di sofficini. Poi, voltandosi verso il suo scheletrico nocchiero, non fece in tempo a vedere che quest’ultimo gli affondava la dita ossute nel petto, spingendosi fino al muscolo cardiaco.
“Mille grazie per aver conservato questo corpo in così buono stato!”
Branca chiuse gli occhi per alcuni minuti e quando li riaprì si ritrovò nel corpo di uno scheletro. Alfa, il nuovo Angelo, lo osservava ghignando. Si trovavano di fronte alla scalinata della cattedrale. L’ecatonchiro era divenuto una gigantesca statua marmorea, che occupava il posto un tempo appartenuto al roseo battistero.
“Io entro per l’incoronazione, commissario. Grazie ancora per questo corpo divino!”
“Che ne sarà di me, maledetto!”
“Entra pure tu. Inginocchiati di fronte all’iscariota. Forse ti concederà udienza. Forse ti rimedierà un nuovo corpo. In fondo con il tuo comportamento ignavo hai fatto il suo gioco!"
Le parole del Cherubino vennero interrotte dal boato impetuoso di una cannonata: Scilla veniva sparata verso il cielo da Cariddi. Quest’ultimo si dissolse, vinto dallo sforzo. Il proiettile demoniaco si andò a schiantare contro il sole rosso del pandemonio, che si spense come una lampadina bruciata. Sulla terra calarono le tenebre.
Presto però un nuovo sole sarebbe sorto ad illuminarla. Un sole freddo e spettrale. Il sole di una nuova era.

Superpippo

Orrore al decollo in Piazza Duomo

22 Settembre

Branca spicco il volo e puntò dritto alla sella dell’ecatonchiro deciso a prendere possesso della poderosa bestia.
La sua traiettoria sfiorò soltanto quella di direzione opposta del drago di acciaio verso il Papa Nero che venne protetto dai restanti membri del conclave: uno scudo umano compatto nel quale affondarono gli artigli della bestia.
L’assalto era stato respinto al prezzo di un’ecatombe di arcivescovi che sanguinanti e morenti avvinghiavano il mostro meccanico impedendogli di spiccare nuovamente il volo.
C gettata la sacra Alabarda scappava per il lungo ed angusto passaggio segreto che dal palazzo del vescovado conduce al Duomo tallonato dal profeta maledetto anch’esso disarmato, privo dell’arto demoniaco ma ancora in possesso del reliquiario.
Il vantaggio del nero padre era comunque considerevole e giunto alla fine del cunicolo si apprestò a tirare una vecchia leva che interpose un muro di marmo spesso sette metri tra se e l’inseguitore.
“..tempo.. giusto il tempo di arrivare al pannello di controllo..”
Giunto all’altare Cardinali pronunciò una breve formula che vi fece apparire sopra una serie di comandi di natura non terrestre. Sudando ed imprecando in Aramaico operò fino a quando un forte fischio giunse da piazza duomo.
“..è pronta..”

Il cavaliere nazista dell’ecatonchiro si voltò verso l’angelo che era giunto in volo al suo fianco.
“Salve Commissario, si accomodi. Dove la porto?”
Lo scheletro mostrò a Branca una mano sulla quale era ancora attaccato un brandello di pelle tatuata.
“Alfa!”

Cardinali spalancò il portone della chiesa. Nessun demone infestava la piazza e non fosse stato per il sole rosso e gli svariati cadaveri difficilmente si sarebbe potuto intuire di essere al centro di un pandemonio.
Una voce corale trafisse come un dardo infuocato il cervello del sinistro pontefice:
“Ci avevi promesso il reliquiario.. avevamo un patto”
I due leoni di marmo a guardia della porta presero vita e in pochi lugubri gesti gli sbranarono le gambe per poi tornare immoti alla loro funzione monumentale. Nonostante l’atroce resa dei conti con gli antichi san Pietro C si muoveva ancora e prese a scendere la scalinata scivolando sul proprio sangue aiutato dallo stesso flusso di plasma torrentizio ed inverosimile.
Il profeta apparve sul portone della chiesa.
“Un ultimo atto d’amore santo padre”
In pochi passi raggiunte l’agonizzante, si inginocchiò al suo fianco ed estrasse dal sacro scrigno un fallo avvizzito benché eretto, perfettamente mummificato e comprensivo di testicoli.
Impugnata la reliquia il giovanissimo profeta benedisse la signora Cardinali prima di inserirla con forza tra le due cosce dilaniate.
“…il Suo corpo….”
Il Papa iniziò a gonfiarsi come un palloncino: la carne si tendeva e si lacerava, i muscoli, i tendini, i nervi saltavano come lacci e ben presto assunse l’aspetto di una sfera di sangue pulsante.
Esplose in un'unica spaventosa emorragia, in una nuvola rossa.

Quando Branca ed Alfa a cavallo dell’ecatonchiro uscirono dal palazzo del vescovado videro seduto sulla gradinata del duomo un uomo barbuto e basso, nudo e completamente sporco di intestini che serenamente sbranava il corpo di un ragazzino. La testa mozzata del profeta poco distante ancora gridava di gioia:
“..il disegno è completo.. il miracolo.. Giuda è tornato!”

Dio

L'oscuro spirito santo

22 Settembre

L’allievo che sopravanza il mastro, il discepolo che accoglie il testimone demoniaco, l’erede delle più arrugginite nefandezze: a tutto questo parve di assistere Branca, mentre le vene sulla fronte del profeta si gonfiavano come grandi bisacce ed i suoi occhi divenivano color cenere, osservando il micidiale arto meccanico di cui poteva da pochi istanti disporre.
La prima delle cento mani dell’ecatonchiro sfondò il portone di ingresso, andandosi a ficcare dritta nel petto di E, uno dei diciannove: un artiglio lungo almeno due metri lo trapassò da parte a parte, come un panetto di burro. I diciotto rimasti arretrarono impauriti, ma Cardinali, animato da forza sovraumana, recise di netto il braccio della bestia, con un tremendo fendente di alabarda. Allora i suoi seguaci riacquisirono coraggio, mentre fiamme nere calavano su di loro, come un oscuro spirito santo: i diciotto si lanciarono tosto all’assalto delle numerose mani che piombavano come saette da innumerevoli direzioni. I più temerari, sfoderando due sciabole infuocate, riuscivano a tener testa ad altrettanti arti del demonio, mentre il Pontefice, facendo roteare l’ascia come un’elica, ergeva un’impenetrabile barriera davanti ai suoi.
Terminato il primo assalto, la bestia ritirò le proprie braccia: diciotto erano già state amputate mentre solo tre membri del conclave, E, P ed S, giacevano a terra privi di vita.
Allora il profeta decise di intervenire. Sparò verso l’alto la motosega che gli era appena comparsa al posto del braccio destro e quest’ultima assunse le fattezze di un maestoso drago di acciaio. Il profeta gli balzò in sella, deciso a planare su Cardinali. Quest’ultimo, assorto in una specie di preghiera propiziatoria, parve non accorgersi dell’attacco che gli veniva sferrato. Il profeta, con i capelli in fiamme, stringeva il portaossa fra le dita della sinistra, divenute lunghe e grinzose. Branca, paralizzato dalla paura, restava immobile ad osservare la scena, quando una fiammella nera calò su di lui. Inizialmente, l’ex commissario non provò nulla, poi, udì dal profondo della sua mente, una voce famigliare. La voce di un ispanico.
“Se tu avessi ceduto subito alle mie lusinghe sarebbe stato tutto più facile. E magari le tue chiappe starebbero anche su una bella poltrona di pelle!”
“Sei un’allucinazione, Carlos. Io non ho fatto niente. E poi se non sbaglio, quel mostro con la motosega è tuo figlio!”
“Questo è quello che credevo anche io: ma la morte mi ha svelato i segreti del passato. Si, perché se quel bambino ha lineamenti ispanici non è certo merito mio, ma di sua madre Tortilla!”
“Ma allora il padre è…”
“Uno espulso dal Conclave, uno capace di ordire un piano di vendetta micidiale. Caifa ha fecondato quella donna prima di me. Ed ora che ha passato il testimone al figlio, l’oscuro il disegno ha avuto compimento. La mia infima posizione nell’aldilà (un sodomita non finisce certo nel settimo cielo!) non mi ha permesso di saperne di più ma credo che il nostro Caifa, e dopo di lui la sua invincibile progenie, siano soltanto burattini governati da un’entità superiore: qualcuno che vuol tornare in scena dopo moltissimi anni.”
“Ma che cosa vuoi che faccia adesso…che imbracci l’arma e che mi batta con coraggio? Il mio corpo è quello di un angelo, ma il mio spirito è quello di un verme, di un ignavo! Dovresti conoscermi bene!"
“Già hai ragione. Chi entra in polizia illudendosi di aver messo la coscienza a posto per tutta la vita non merita la benedizione delle tenebre. Ti stiamo offrendo una grande forza: hai pochi secondi per decidere. Le sciabole appartenute ai defunti membri del conclave non attendono altro che farsi sguainare dalle mani di un angelo.”
La voce svanì nel nulla, all’improvviso, come polvere spazzata via dalla tormenta. L’ecatonchiro era già sopra di loro. Il cavaliere non morto tendeva la destra, come ad aspettare l’offerta di un cimelio prezioso. Settantadue mani artigliate calarono sui membri del conclave. L’oscuro spirito santo gli infuse una forza sovraumana: i loro corpi erano forti, agili e perfetti. Branca venne per un attimo tentato dalla loro bellezza ed energia.
Il drago di acciaio era ormai vicinissimo alla preda.

Superpippo

La scelta giusta

22 Settembre

Caifa decise che non avrebbe perso un ulteriore secondo a lusingare un angelo posseduto: con un movimento secco ed atroce recise la gola di Chico lasciandolo cadere a terra a coprire con il busto il proprio fiotto di sangue. Compiuto il terribile gesto volse verso l’ex-commissario.
Il giovane profeta alla vista dell’orribile fine del fratellastro trovò la forza per amputare del tutto il braccio che ancora subiva l’Imposizione e si gettò nella lotta con una forza inusitata per un bambino privo di un arto. Impattò con Caifa poco prima che questi raggiungesse Branca, ne afferrò la gola e la strappò via come una manciata di fili d’erba. La carotide e decine di altri vasi sporgevano a raggiera dal collo del mezzo demone che si accasciò privo di vita.
C incurante della morte del figlio e del suo ex-socio si era recato a ridosso del portone della grande sala impugnando una antica alabarda tempestata di rubini. Anche i 19, abbandonata ogni polemica, lo avevano seguito sfoderando le sacre spade.
“Presto Branca..” disse il Papa Nero “..il reliquiario!”
“Non lo ascoltare commissario..” il profeta nonostante lo sforzo e la grave emorragia era ancora in piedi.
“L’ Ecatonchiro… è vicinissimo. Non dare a C il reliquiario.. lo offrirebbe ai demoni..”
“Non ascoltarlo!”
“…dallo a me.. debbo distruggerla.. presto…”
Per la prima volta dopo decenni problematiche di natura morale attraversarono come un lampo i torbidi cunicoli del pensiero dell’ex-commissario. Si domandava se all’interno di uno sconvolgimento apocalittico di questa portata sarebbe stato davvero possibile ed opportuno scegliere.
In un lasso di tempo quantificabile in millesimi di secondo scorsero sui nastri della memoria le mille volte nelle quali aveva rifiutato di decidersi e per un istante di cristallo sfiorò la comprensione del disegno: quasi capì perché, tra decine di amici e nemici che si erano schierati, soltanto lui, l’ignavo, fosse incolume al centro dell’evento.
Si rasserenò: per chi, come Branca, ama davvero se stesso essere vivo ed avvolto da quattro idee del cazzo sulla fetta di mondo che si conosce appena è già abbastanza.
Quanto alle scelte non avrebbe mai avuto difficoltà a decidere quando mangiare, chi scopare, cosa assumere, il canale in Tv, quale film con Tomas Milian o quale cassetta degli Audiodue.
Questo sapeva, il resto a culo.
Fu dunque un gesto d’istinto e non certo un atto in nome del Bene quello che lo portò a consegnare il prezioso scrigno nelle mani di un bellissimo bambino mutilato.
“Mi spiace C-ristina, ti avessi conosciuta da giovane..”
“Sei un ritardato. Non hai capito nulla.” Sbottò il Papa digrignando i denti, poi si volse di scatto verso il portone.
“è qui!”
Branca non fu tra i primi del salone a scorgere l’Ecatonchiro, era ancora intento a guardare il profeta che, sogghignando, aveva aperto il reliquiario.
Quando vide sbucare dal moncherino sanguinante del messicano la lama rotante di una motosega l’ex commissario provò un profondo dolore nel cuore, sensazione solitamente lontana da chi ha compiuto la scelta giusta.

Diio



sabato 7 luglio 2007

Le tre creature

22 Settembre

Quella notte Piazzale della Pace brulicava di gente: coppiette, gruppi di liceali, drogati ed extracomunitari. Non appena appresero la notizia che orribili creature seminavano morte tra la Parma bene di via Farini, tre Punkabbestia scoppiarono a ridere, sulle note sbilenche di una chitarra aggiustata col nastro adesivo: risate quantomai fuori luogo. Ben presto al centro del grande prato si spalancò una voragine che fagocitò in un lampo tutti i presenti. Dal grande pozzo nero apparvero, uno dopo l’altro, i più temibili dei demoni: le tre Creature.
Per primo Scilla, una gigantesca trottola dalla punta di diamante. Alta almeno dieci metri, roteando all’impazzata senza una logica precisa, travolgeva ogni cosa presente sul suo cammino.
A seguire si mostrò Cariddi, il monolitico cubo di titanio: sei bocche, una per ogni faccia, da cui sparava, ondeggiando a mezz’aria, palle di cannone in tutte le direzioni.
Infine giunse l’Ecatonchiro, la tremenda bestia centimani, a cavallo del cui capo troneggiava uno scheletro in uniforme del terzo reich. Il cavaliere non morto ordinò alla bestia di avanzare in direzione del vescovado, mentre Scilla già devastava il colonnato del Teatro Regio e le cannonate di Cariddi abbattevano il mastodontico pilone del Ponte De Gasperi.

Nel frattempo, palazzo del Vescovado

L’ascesa al potere di un papa che si rispetti è sempre segnata da un miracolo: Cardinali, per non dimostrarsi da meno rispetto ai suoi predecessori, posando una mano sul petto del torso umano e pronunciando una breve formula arcana, restituì a quest’ultimo le antiche sembianze di giovane e vigoroso ispanico.
“Madre!” esordì Chico, avvolto da una tunica d’oro sfavillante.
Lo stupore assoluto si levò dalla schiera dei diciannove: “Ma allora è una donna!”, “non merita il pontificato”, “ormai è troppo tardi: ahinoi questa è la Legge”.
Mentre il profeta intraprendeva un difficile tentativo di riacquisire stabilmente l’equilibrio e Cardinali ascoltava soddisfatto i commenti dei membri del conclave, Caifa, rigenerato l’avambraccio-motosega, decise di agire. Con incredibile rapidità si accostò alle spalle del pontefice nel tentativo di sfilargli lo scrigno che stringeva fra le dita, ma la sua azione fu presto vanificata da un evento inaspettato. Una palla di cannone, sparata da chissà dove, piombò al centro della stanza: lo scoppio divise i due contendenti, facendo cadere a terra il Cardinali: questi abbandonò la presa sul portaossa, che scivolò sul pavimento fino ai piedi di Branca, il quale, finalmente libero di muoversi, raccolse il cimelio e lo contemplò un istante. Poi alzò gli occhi per inquadrare meglio ciò che stava succedendo.
“Ridammelo!” sentenziò C, risollevatosi da terra “Ora ho il potere! Restituiscimi lo scrigno ed esaudirò un tuo desiderio, uno qualunque…ciò che vorrai!”
“Non farlo!” ruggì Caifa “Donalo a me ed avrai ciò che vuoi!” il demone afferò Chico per il collo “Questo giovane ispanico come schiavo: mi sarà facile imporglielo! So che lo desideri! È uno scambio equo, non ti pare? E se rifiuterai, allora gli taglierò di nuovo gli arti e credo che nemmeno una papessa possa ripetere un miracolo per due volte!”
“Non dargli ascolto” si levò la voce ormai roca del Profeta “Distruggi la reliquia: essa ha soltanto causato morte e distruzione! Quali desideri potresti coronare in un mondo dominato dai demoni?”
L’ex commissario osservò Chico dibattersi nella morsa stritolante di Caifa e trovò la scena piuttosto eccitante. Certo, sarebbe stato anche bello esprimere un desiderio a piacere…
Mentre Branca meditava sul da farsi, il pavimento veniva scosso da rapide scosse regolari, di intensità crescente. A tutti parve che il passo di una gigantesca belva percuotesse la crosta terrestre: un rumore sinistro, simile a quello prodotto da un indigeno che, battendo le mani sulla scabra pelle di un tamburo, intona un tribale inno di battaglia.

Superpippo

sabato 30 giugno 2007

Il papa nero

22 Settembre

In pochi terribili secondi un sole rosso salì allo zenit sopra il palazzo del vescovado cominciando lentamente a dissolvere il tetto depositando una calcina unta che scendeva come pesante nevischio sui membri del conclave, su C, sul corpo di B, sul profeta e su Branca che immobile come il torso alla sua sinistra ascoltava con le orecchie di un angelo il silenzio delle trombe dell’apocalisse.
I 19 al sorgere del disco infuocato alzarono le mani al cielo.
Una nube bianca traslucida si alzò intorno a C che sussurrava parole incomprensibili senza muovere le labbra. Come un richiamo raccoglie l’attenzione dei presenti così le sue mani rivolte verso il basso parevano sottrarre materia all’ambiente circostante… un mistero antico, un nuovo prodigio rubava densità al reale già sconvolto dall’approssimarsi del Pandemonio.
Caifa si materializzò alla sinistra dell’altare guardando fisso tra i vapori opalini che lo avevano ormai avvolto totalmente.
Il giovane profeta non riusciva a svincolarsi dall’effetto dell’imposizione sebbene la formula fosse stata interrotta ed estratto un acuminato ed iridescente pugnale dal saio tentava di recidere il braccio destro che lo ancorava al pavimento. La giovane carne cedeva facilmente ai colpi e Branca sfiorò momenti di autentica estasi nel vedere il minore messicano automutilarsi con tanta nobile eleganza.

Per le strade della piccola Parigi da ogni tombino, cantina e zona d’ombra gli esseri demoniaci del sottosuolo si manifestavano brandendo arrugginite scimitarre ed aggredendo ogni passante, stuprando ogni essere vivente, incendiando ogni cosa senza direzioni precise e senza sosta.
Alcuni erano mostri giganteschi alti due o tre metri dotati di corna e code, altri erano di forma animale e notevolmente più minuti, altri ancora avevano sembianze borghesi e vestiti di ogni epoca. Un happening dirompente e futurista coinvolgeva tutto il centro storico compresa la gremita via Farini dove trionfava l’unico vero, assoluto Happy Hour:l’inferno.
Già molti demoni si accalcavano al portone del sacro palazzo tenuti in scacco da un manipolo di impavide guardie della G.D. che strenuamente tenevano la posizione.

All’interno la coltre sull’altare del Tempo si dissolse e C riapparse totalmente avvolto di una tunica nera da cui sbucavano solo le mani strette attorno ad un piccolo scrigno.
Ogni oggetto, mobile o molecola dell’edificio proferì all’unisono:
“Annuntio vobis gaudium magnum: Habemus Papam”

Dio

martedì 26 giugno 2007

Toccata e fuga di B

22 Settembre

In quella improbabile posizione, circondato da una tale folla di depravati, Branca non poteva certo notare quella schiera di sapienti incappucciati, addossati alla parete di fondo della sala: i membri del conclave. C, prima di procedere con il rituale, volle assicurarsi che questi ultimi fossero tutti presenti: li contò uno dopo l’altro:…16, 17, 18, 19..ne mancava uno all’appello: Benedetti!

Il soffitto del salone venne squarciato da una prorompente nuvola verde, dalle cui incorporeità balzò fuori l’orrenda sagoma di Benedetti. Lo scienziato rigurgitava esultante bava olivastra.
“Fermi tutti! Credevate che C potesse compiere il miracolo…ma io conosco un buon motivo per ritener vero il contrario. Ho ricostruito la lingua di un certo ragazzino: sapeste cosa mi ha detto! Una sola, sconcertante, rivelazione, di cui vi renderò tosto partecipi. La verità è che..cazz..blurp..ahhhh!”
Lo scienziato abbassò lo sguardo e scoprì di avere una motosega circolare conficcata nel torace. Caifa si svestì dell’invisibilità che lo aveva tenuto nascosto sino a quel momento.
“Ora non puoi più parlare!” esclamò il terribile demonio.
“Bravo Caifa” esultò C “per questo tuo gesto ti perdono per il trattamento oltremodo sanguinario che hai riservato al nostro Chico..quando sarò Papa gli procurerò un corpo da semidio! Ed ora finisci quel rettile di Benedetti!”
“Con piacere!” Ad un cenno della sua mano, la motosega di Caifa si tramutò in un gigantesco ragno meccanico: era già pronto a divorare l’agonizzante B, quando una voce di fanciullo si levò dalla folla:
“Fermo, orribile mostro. I tuoi passi non solcheranno mai più questa terra!”
Il piccolo messicano fece un passo in avanti. Gli fu sufficiente un piccolo gesto del dito per mandare in frantumi il ferroso discendente di Aracne. Caifa sbottò, in preda all’ira, deciso ad annientare il più in fretta possibile quel microscopico rivale:
“Non osare sfidarmi moccioso…non so chi tu sia, ma me la pagherai cara”
L’avambraccio del demone assunse allora le forme di una lunga frusta chiodata, ma il piccolo ne scansò agilmente i fendenti, per poi scagliare tutta la folla di spettatori contro Caifa, sotto forma di dardi infuocati. Quest’ultimo spense le fiamme con un respiro gelido e vigoroso.
Nella sala erano rimasti ormai soltanto i membri del conclave, impassibili sul fondo, i due contendenti, C con i due sacrificandi, Branca e il torso umano, e per finire l’agonizzante B, disteso sul pavimento, intento a miscelare polverine colorate.
Caifa si staccò la frusta dal corpo, frusta che si tramutò subito in un pericolosissimo serpente tentacolare. Il profeta si lasciò ingoiare dalla creatura senza opporre resistenza, per poi squarciarne le carni dall’interno, con una fontana di raggi iridescenti. Il corpo del fanciullo era ora coperto di sangue oleoso: i suoi occhi tremendi, color dell’abisso.
“Ora mi hai seccato mocciosetto” sentenziò Caifa “Sai perché mi hanno bandito dal conclave? Beh..diciamo che conosco qualche formula proibita..roba molto scomoda: in sostanza, sono cazzi amari per te! Ora ascolta..iktarr..neprilll…thasjsj…Φ♣⅔…toepqqeaiala99918714242”
Caifa giunse le mani, mantenendo uno stato di concentrazione assoluta. Il profeta restò fermo un istante. Poi, i suoi occhi si spensero come una lampadina bruciata. Il fanciullo si portò allora le mani al collo, iniziando a strangolarsi. L’imposizione stava sortendo l’effetto desiderato, ma necessitava di concentrazione assoluta…assoluta..uno scoppio improvviso! Le polverine di Benedetti! Il suo ultimo disperato gesto, su questa terra. Caifa perse l’equilibrio e cadde a terra. Il profeta riprese conoscenza.
B esalava in quell’istante l’ultimo respiro. Le sue mani erano state mutilate dallo scoppio..sul suo volto si era delineato una specie di sorriso..B lo sapeva bene..morendo, sarebbe forse finito in pasto a Cerbero, ma, almeno non avrebbe assistito ad alcun Pandemonio.

Superpippo

domenica 24 giugno 2007

La quiete al dì di festa

22 settembre

Semidei arrapati e ninfe seminude libavano in un vaporoso giardino avvolti dalla nebbia e dall’odore del mirto.
Branca si rese immediatamente conto di non essere accolto e neppure respinto dai festanti, vuoi per il nuovo corpo angelico o per chissà quale altro sortilegio.
Come fosse di casa.
Camminava tra la loro indifferenza su un pavimento di aspetto marmoreo e di consistenza incredibilmente soffice.
Un odore guidava i suoi passi, non un obiettivo preciso ma qualcosa di simile ad un sentimento di natura umana lo esortava a muoversi tra Dodo e Mammut, attraverso piante con foglie gigantesche imperlate di rugiada purpurea fino ad un grande cancello avvolto d’edera posto innanzi ad una gigantesca scalinata che sfregiava una immensa ziggurat turchese sormontata da una cupola di foglie dorate di ascendenza secessionista.
I cancelli si spalancarono al suo arrivo, la scala si fece agevole e arrivò in cima nel tempo impiegato per pensarvi.
Come quando si conosce già la strada che si sta percorrendo.
Riusciva a stento a vedere all’interno della cupola: dieci luminose figure incappucciate sedevano lungo la circonferenza interna e al centro una donna in abito rosso stava in ginocchio ma parlava con autorevolezza e timbro maschile.
“Vi chiedo dunque di concedermi il vostro favore o potenti San Pietro del passato e di veicolare la mia elezione all’interno degli animi del conclave. In cambio vi offro le reliquie di Giuda: il tesoro che da anni è proprietà dei demoni del sottosuolo potrà così tornare ai legittimi padroni”
Tutti e dieci risposero all’unisono:
“Il patto è stretto. Tenete nascosta la vostra identità e procurateci le sacre spoglie di Iscariota e sarete Papa. Tornate indietro ora e procedete all’apertura. Costui a questo scopo deve venire con voi”
La cupola si aprì come un fiore dorato proprio davanti a Branca.
La donna in rosso si voltò di scatto.
Come un incontro alla stazione.
“Commissario..”
Il terreno sotto l’angelico depravato si lacerò lasciando sbucare rapidamente centinaia di rose che presero ad intrecciarsi come rampicanti attorno al suo corpo fino ad entrargli nelle cavità orali.
Branca svenne.

La folla che lo stava guardando al suo risveglio aveva un aspetto familiare. Dobermann, nazisti, maghi e monache: era nuovamente al “piano di sotto”.
Era su un palco dall’aspetto tanto turpe quanto antico, un Altare del Tempo.
Cardinali con la mano destra gli premeva la testa su un cuscino di velluto posto su una colonna dorica. La colonna gemella presentava un irriconoscibile torso umano che C reggeva con la mano sinistra.
Mentre parole incomprensibili echeggiavano nella sala delle cerimonie Branca non trovò altro cui pensare che non fosse deflorare quei due bellissimi fanciulli sudamericani in prima fila.
Uno dei due gli pareva di conoscerlo da tempo per quanto fosse impossibile trovar conferma in quei bulbi bianchi e verdi, immoti, quasi privi di vita.
Come l’occhio del ciclone.

Dio

venerdì 22 giugno 2007

Il battesimo degli Dei

22 settembre

Branca riuscì a malapena ad accorgersi del gran movimento di gente che accorreva al cortile interno del palazzo. Si scrollò a fatica di dosso un ammasso di tenere carni orientali e si rizzò in piedi, barcollando come l’albero di una nave sotto le sferzate del fortunale. L’ex commissario domandò ad alcuni giovani prussiani che cosa fosse accaduto ma questi non furono in grado di rispondergli, essendosi recisi la lingua pochi minuti innanzi. Si imbattè allora in un individuo austero e robusto, vestito di stracci, con il braccio destro infilato in un sacco grezzo e sgualcito.
“Ma dove vanno tutti?” domandò, iniziando a ridere senza motivo.
“Ridi pure per l’ultima volta, povero stolto. Le droghe che hai ingerito ti allevieranno le sofferenze”
Branca ebbe appena il tempo di vedere l’ombra di una motosega circolare calare su di lui come una falce di morte, che il suo fedele servitore, Evento, si era già parato tra lui e Caifa per incassare il colpo. Il corpo del nano dalla barba vermiglia venne letteralmente squarciato in due dal fendente micidiale. Un branco di dobermann inferociti si fiondò sulla prelibata carcassa, impedendo al demonio di attaccare una seconda volta. Branca, riacquistando un minimo di lucidità, fece fondo ai suoi nuovi poteri sovraumani, e con un agile balzo si allontanò da quel nemico sconosciuto. Caifa si teletrasportò in una frazione di secondo alle spalle della preda, ma quest’ultima fu abbastanza rapida da spiegare le ali e prendere il volo, librandosi proprio al centro della stanza. Caifa si staccò allora l’avambraccio motosega dal corpo, scagliandolo con impressionante potenza verso quella specie di angelo. L’arma arrugginita sibilò sopra la testa di Branca, che si vide subito avvolto da una nuvola di piume dondolanti. Incapace di mantenere il volo, precipitò al suolo, finendo proprio nella vasca della fontana. La motosega di Caifa, nel terminare la sua traiettoria ascendente, assunse le sembianze di un mastodontico pterodattilo meccanico, rigurgitante fiamme azzurre, che, sotto l’ordine del padrone, planò a gran velocità verso la fonte.Branca, completamente immerso nell’acqua gelida, capì che la fine era prossima. Il freddo aveva risvegliato del tutto i suoi sensi: avrebbe sofferto davvero, avrebbe gustato tutta l’agonia che poteva procurare il morso di quella bestia alata. Poi, improvvisamente, percepì sul fondo della vasca una corrente calda. Provò come un senso di sollievo e decise di cavalcarla. Allora pronunciò una parola, una formula magica che stringeva nell’anima da sempre e che non era mai stato in grado di decifrare. Un geyser di acqua bollente lo proiettò allora verso l’alto, oltre l’uccello di acciaio: perforò il soffitto ed il tetto del palazzo, superò la luna e schizzò fra le stelle. Poi, su di lui calò il buio. Quando riaprì gli occhi capì di essere approdato alla vera festa, la festa degli Dei.

Superpippo


giovedì 21 giugno 2007

Il rito e la fonte

22 Settembre

La festa al palazzo del vescovado era iniziata.
Ogni esponente dei poteri occulti non poteva mancare all’evento più significativo della stagione: tra le imponenti guardie della G.D. sfilavano uomini comuni, maghi, streghe, trolls e mostri senza tempo.
Strani volti di razza Aliena intorno all’immenso buffet. Ai lati dei sessanta tavoli imbanditi sessantuno splendide monache messicane rasate offrivano in ginocchio vino dal seno.
Altre schiave in ogni stanza: in una di queste una decina di nani prendeva possesso liberamente di un maggiordomo ben lieto di assentarsi per qualche minuto dal lavoro.
Polizia ordinaria e malavitosi brindavano assieme, divi del cinema subivano improvvisati interventi di chirurgia estetica, anziane impellicciate orinavano in vasi d’argento e riempivano il calice a floridi sudanesi al guinzaglio.
In ogni dove sacrifici: chi sgozzava un agnello nero, chi macchiava il parquet col sangue del servo. Una dozzina di dobermann scorrazzavano per la festa avventandosi sulla cruda carne che veniva loro offerta.
Decine di biondi funzionari della Gestapo ridevano alle canzoni di un vecchio menestrello, avanguardisti dipingevano su gigantesche tele con sangue di anziani mutilati per l’occasione, fanatici a coppie si eviravano e porgevano il proprio sesso reciso alla bocca del compagno, inquieti satiri pederasti montavano qualsiasi cosa sotto i dieci anni di età, altri frustavano la sposa e la offrivano a tutti, altri ancora sposavano un cadavere e si toglievano la vita con essenze di rosa dai cinque petali.
Era davvero parecchio tempo che Branca non prendeva parte ad una festa così divertente e così mentre si appropriava in un angolo della verginità anale di una suora filippina rimuginava sulle straordinarie coincidenze che avevano portato l’invito nella sua mano.
Mancavano meno di due ore all’equinozio e la portata della gigantesca fontana della sala principale pareva crescere ogni minuto di più. L’aria si faceva sempre più afrodisiaca e la dimensione orgiastica sempre più confusa e potente.
Un suono lugubre richiamò nel cortile interno tutti coloro in grado di muoversi.
Il comignolo della Sala del Segreto fumava nero per la terza ed ultima volta.

Dio

venerdì 8 giugno 2007

La strage dell'innocente

21 settembre, mattina

Una schifosa e viscida lucertola si infilò in una crepa del muro, raggiungendo agilmente la sala delle torture. L’orribile creatura verde e squamosa addentò qualcosa, simile ad un pezzo di carne umana, indistinguibile nella penombra. Poi risalì la parete sino al condotto di areazione, attraverso il quale si procurò una comoda via d’accesso alla sala fumatori di un vicino circolo Arci. Lì, ad aspettare il rettile, stava seduto al tavolo un gigantesco uomo vestito di lana sudicia. Questi accarezzo il suo piccolo servitore, strappandogli il bocconcino dai denti. Quindi infilò il prezioso reperto in un sacchetto di plastica e se ne andò senza pagare il conto. Si trattava del resto di una lingua umana mozzata.

21 settembre, sera

Quella sera al Covaccio c’erano proprio tutti: il Barone, Murena e i suoi scagnozzi, la gang dei portoricani, un gran numero di prostitute e travestiti e persino il Bello con i suoi quattro pistoleri. Si brindava ad un futuro di prosperità e potere, nel segno del dominio di C. I bookmakers del retro bottega lo davano ormai per favorito anche se le voci di un probabile ritorno sulla scena di Caifa spaventavano un po’ tutti. A notte fonda la porta del locale si aprì inaspettatamente. A solcare quella soglia fu un bambinetto di sei anni, dai lineamenti ispanici.
“Che fai qui” lo ammonì il barista “questo posto non fa per te”
“Come questa terra non fa per i nemici della mia famiglia” sentenziò il piccoletto, mostrando i suoi occhi così belli e penetranti. “Ditemi dov’è Caifa!”
“Questo pivello ha voglia di scherzare” borbottò un beone flaccido e sudaticcio “Lo avrà mandato C per farci un regalino…su vieni con me sul retro che ti faccio mangiare un bel calippo!”
“Dov’è Caifa!” replicò l’ispanico, con ancor più convinzione. I suoi occhi scintillavano.
“Ma è nel retrobottega, nei pantaloni di Murena” gridò uno dei bifolchi. Si levò una gran risata collettiva, simile ad un grugnito. Gli occhi del bambino assunsero allora una tinta indefinita, il colore del cosmo, ed il suo corpo si circondò di un’aura luminosa come il sole.
La masnada del covaccio non si accorse nemmeno della sua scomparsa. Continuarono a ridere come indemoniati. Nessuno riusciva più a smettere di sghignazzare. All’inizio sembrava divertente, poi qualcuno iniziò a sudare freddo. Ciascuno era ormai preda di una risata isterica e senza sosta. Le mascelle di quei disgraziati si aprirono sempre più, sino a squarciare i muscoli della faccia. Poi iniziarono tutti a rigurgitare sangue, contorcendosi sul pavimento in preda a spasimi di dolore, pregando per una morte rapida che, loro malgrado, non arrivò. L’agonia si agitò ancora per alcune ore, finchè i loro corpi non furono quasi completamente dissanguati.
La pozzanghera rossa si raccolse al centro della stanza, defluendo in un tombino di scarico. Il fiume scarlatto scese così nelle profondità della terra.
Quella sera i demoni del sottosuolo, custodi del Reliquiario, si consolarono con quell’appetitoso antipasto. Questo li avrebbe tenuti a bada almeno per un paio di giorni, almeno fino alla sera dell’equinozio, la sera della portata principale.

Superpippo

martedì 5 giugno 2007

Il secondo raggio di sole

20 Settembre. Pomeriggio. Campetti

Nessun nascondiglio poteva avere valore per Carlos ormai. Abbandonatosi dentro il corpo del figlio, il sudamericano pensava solo a quando lo avrebbero preso.. tre giorni all’equinozio.
Era alla decima bottiglia di oligominerale quando il cielo del parco Ferrari si fece improvvisamente molto scuro.
“Caifa” tuonò potente la voce di Carlos dalle giovani corde vocali del figlio.
Il buio lo avvolse.

20 Settembre. Pomeriggio. Puerto Lempira

La luminosissima spiaggia delle Speranze ospitava la più importante cerimonia Zoroastriana degli ultimi tre secoli.
Un ragazzino di sei anni circa sedeva sull’altare del Tempo mentre un vecchio sacerdote urlava frasi di una memoria antica, incomprensibili.
Tutto attorno bellissime ancelle nude tendevano verso il cielo ciotole colme d’incenso fumante.
Il mare irrequieto si calmo all’improvviso e da una nube sgorgò una luce densa come un ruscello che si rovesciò impetuosamente nella bocca aperta del ragazzino.

20 Settembre. Crepuscolo. Interno imprecisato

Chico\Carlos si svegliò per l’odore del sangue, non gli ci volle molto per capire che fosse il suo.
Era sdraiato su un tavolaccio di legno.
Caifa in piedi innanzi a lui lordo di plasma guardava uno strano contenitore fluorescente di liquido amniotico dove intrecciati tra loro galleggiavano quattro arti umani che non ebbe difficoltà a riconoscere.
“L’altra metà della formula l’hai immessa nella psiche di Branca vero Carlito? Dove si trova quel depravato?”
“Non ne ho idea” bofonchio il torso umano sul tavolo.
“Muori dannato highlander messicano”
Caifa estrasse il pungiglione dal collo di Chico.
“Di addio a papà” Il demone ruppe l’ago e Carlos evaporò in una piccola nuvola scarlatta.
“Ora non ti preoccupare piccolo, non voglio ucciderti, tanto conciato così non vai lontano ma mammina ha detto che proprio non puoi raccontare in giro di essere uscito dalla sua passerina… quindi..”
Caifa afferrò con violenza la lingua del ragazzino e la recise con la motosega schizzando in ogni dove poi afferrò il busto mugugnante del poveretto e lo scagliò nel liquido amniotico.
“Riposati, è stata una giornata stressante”
Una tremenda risata scosse le fondamenta della piscina di via Zarotto come lo sbadiglio di un migliaio di morti.

20 Settembre crepuscolo, Puerto Lempira

Il sacerdote e le ancelle giacevano a terra. Tutti morti per la violenza del rito. Solo il giovanissimo sudamericano respirava, trafitto da migliaia di raggi di luce.
“Papà, fratello…il demone Caifa non solcherà questo suolo a lungo.. vi vendicherò”
Una sfera dorata avvolse il profeta ed il cielo s’adombrò come se non dovesse mai più tornare il sole.

Dio

venerdì 1 giugno 2007

I segni del destino

20 Settembre, pomeriggio

Branca spalancò finalmente gli occhi. L’ombra proiettata sul suo volto da una maestosa quercia lo protesse dal primo doloroso impatto con i raggi solari. L’ex commissario si tastò il petto e si accorse che la ferita si era completamente rimarginata. I ricordi degli ultimi giorni si agitavano confusi nella mente dell’ex commissario; quello gnomo schifoso che lo trascinava giù per un vortice di visioni assurde e stupefacenti, di fronte alle quali nessun occhio umano avrebbe potuto resistere. Ma Branca, dall’alto della sua iride superiore, aveva osservato tutto con altera indifferenza.
Adesso stava in piedi sulle rive di un lago. Avvicinò la bocca alla superficie dell’acqua. Il liquido gli bagnò le labbra secche, ormai violacee come quelle di un morto. Fu una vera benedizione. Improvvisamente il lago, da puro e cristallino divenne viscido e verdastro. Branca, istintivamente, ormai sazio d’acqua si allontanò. Iniziò a camminare senza meta, seguendo una stradina di montagna. Nel giardino di una vecchia baita diroccata c’era ancora un gruppetto di nanetti in terracotta. Uno di questi, dalla barba scarlatta, sembrò quasi accennare ad un movimento, indicando con la mano una croce posta in cima ad un’altura. Branca iniziò la scalata. Avrebbe potuto volare, è vero, ma preferì inoltrarsi nelle profondità del bosco, per respirare quei profumi che una vita da bassofondo gli aveva negato. Lungo il sentiero si imbattè in un tagliaboschi, intento a recidere rami con la motosega.
“Buon giorno” lo salutò quest’ultimo “non capita spesso di vedere un giovane così forte e bello da queste parti. Va su in cima? Si? Bene allora prenda il mio giubbotto…lei è poco coperto e là fa un cazzo di freddo..se lo metta mi raccomando. Arrivederci”
Su in cima faceva davvero un freddo becco. Sembrava che il vento soffiasse da tutti i punti cardinali. Il cielo imbruniva. Branca indossò il giubbotto del taglialegna. Sulla croce, di fronte a lui, notò un incisione. Si avvicinò per leggerla:
“A Mattia, deceduto su queste alture ed ora e per sempre spirito delle selve. Tuo amato fratello C.Pianini”
Il sole era ormai calato e un’ombra senza fine ricopriva la pianura. L’ex commissario mise le mani in tasca e vi trovò un pezzo di carta. Lo estrasse, stupito, e lo lesse. Poi, ricacciatolo dentro, si portò sul ciglio del precipizio e spiccò il volo.
Le stelle vibravano morbidamente sulla superficie cristallina del Lago Santo mentre un vento impetuoso spezzava di netto il legno della croce trascinandone le schegge sino a valle. Una cometa scivolò nel cielo, puntando dritta sulla città ducale.
Il destino stava mirabilmente chiudendo il suo cerchio.

Superpippo

mercoledì 30 maggio 2007

La montagna sacra

12 Settembre, sera

Branca non aveva mai trascorso una vacanza in montagna. Nemmeno da bambino. Le crociere, i primi amori sul ponte: erano altri i ricordi infantili del commissario. Ma un desiderio di natura morale si era impadronito di lui dall’acquisizione di Angelo, un desiderio appenninico.
A metà strada tra il luogo della reincarnazione e Corniglio si era reso conto di esser entrato in un corpo ancora molto forte seppur ferito mortalmente. Lo squarcio sul petto infatti continuava costantemente a secernere ma non poteva sapere con precisione i tempi di decesso di un’entità sovrannaturale.
Giunse sul luogo della grande frana. Si posò su un macigno che pareva più solido degli altri.
Vi fu un tremendo boato e la pietra su cui era appoggiato nel giro di pochi secondi sprofondò nel terreno per un centinaio di metri trascinandolo con sé.
Il masso cadde al centro di un lago maleodorante dentro una grotta sotterranea.
Un piccolo essere dai capelli rossi e dalla barba intrecciata sbucò fuori dall’oscurità.
“Ti hanno seguito capo” disse con voce stridula.
“Non sono il tuo capo” rispose ansimando Branca.
“E invece commissario, nonostante il mio padrone sia spiritualmente deceduto, rimango legato al corpo angelico che lei sta indossando. Alla mia libertà manca comunque poco”.
“Va bene hai esposto il tuo problema nano di merda; ora dimmi come vuoi aiutarmi e chi cazzo mi sta seguendo ancora”.
“Benedetti sa che sei qui e Caifa non ci metterà molto a capirlo. Debbo farti scendere nel centro della terra almeno fino all’equinozio, certo rischi di crepare in un migliaio di orribili modi ma non v’è alternativa”.
“Come ti chiami razza di mongoloide coi capelli rossi?”
“Io sono Evento ma non ti disturbare a ringraziarmi.”
Il macigno su cui sedeva il commissario sprofondò nuovamente ad altissima velocità nel vuoto.
I suoni inquieti della pancia della terra destavano gli assonnati anziani al bar della Mina mentre la polvere intorno alla frana assumeva un insolito colore verdastro.

Dio

venerdì 25 maggio 2007

La signora Cardinali

12 Settembre, mattina

Benedetti aveva assistito all’intera scena: il fallimento di Angelo, l’incarnazione dell’aneroide, il suicidio di Alfa. Tutto attraverso il fumo che saliva dal cadavere in fiamme di Branca, il fumo verdastro capace di captare le immagini e ricostruirle nel catalizzatore. B era davvero un grande scienziato e non aveva paura di nulla, neanche adesso che Branca si ritrovava in un corpo superiore. B pigiò un tasto sulla console del laboratorio. Sullo schermo, davanti a lui, apparve una carta geografica, con un puntino verde e scintillante che si spostava a gran velocità verso le montagne. Quel rilevatore di posizione che aveva piazzato nel corpo di Angelo stava funzionando a meraviglia.

Più tardi, Palazzo del vescovado

Sulla soglia del gabinetto del Cardinali sostava un uomo rozzo e robusto, vestito di stracci, con il volto martoriato dalle ferite, il cranio rasato con una gran cresta gialla cadente su una tempia ed il braccio destro avvolto in un sacco di iuta. La porta rossa si spalancò.
“Fatti avanti, Caifa…ho grandi cose in serbo per te!”
“Veniamo al sodo, C. Qual è la tua offerta?”
“Mi piace il tuo pragmatismo, Caifa…diciamo pure un posto da generale della G.D. Quando sarò eletto tu sarai il mio braccio destro…ma le cose si sono messe male e mi serve il tuo aiuto”
“Certo devi stare nella merda per supplicare uno bandito dal conclave!”
“Ascoltami bene: tra non molto, la notte dell’equinozio, si terrà un gran ballo qui a palazzo. Tu devi fare in modo che le seguenti persone siano invitate ed assicurarti che vengano: Branca, Chico e Carlos. Se ci saranno loro verrà anche B…la sera del ballo tu ti occuperai di lui. A quei tre ci penserò io stesso!”
“Ma Carlos non stava con te? Ma che fine ha fatto? E quel Chico, non l’hai ancora preso? Ti preme davvero, eh?”
“Poche domande! Tu pensa a portarli qui per quella sera. Usa anche l’imposizione, se necessario!”
“Stai proprio nella cacca, C! Se doso male la forze dell’imposizione addio plesso lunare e sai che nessuno è mai preparato a un Pandemonio… si vede che quel Chico sa qualcosa che potrebbe comprometterti sul serio…magari glielo chiedo di persona!”
“Non far cazzate, Caifa. Tu fa solo quello che ti ho detto. Tra qualche anno potresti rimpiangere il posto nella Diocesi che ti sto offrendo: non mandarlo a puttane!”
“Va bene, C…ci sto”
Caifa buttò via il sacco di iuta, mostrando la motosega circolare arrugginita che gli sostituiva l’avambraccio. Poi si allontanò con andatura ciondolante, cantando una canzone così stonata come nemmeno i peggiori ubriaconi oserebbero fare alle quattro di mattina, fuori dall’osteria.
C aveva i nervi a pezzi. Decise di concedersi il lusso di un bagno.
Quando fu immerso nell’acqua gli si chiusero gli occhi.
Sulla sedia a fianco della vasca riposavano una barba finta ed un corpetto stringente. In una borsa, ai piedi dello scranno, una scatola di assorbenti ed un pacchetto di pillole…ormoni maschili.

Superpippo

mercoledì 23 maggio 2007

Alfa contro Angelo

11 Settembre

Branca aleggiava sul greto di fianco al proprio corpo in fiamme e vedeva tutto. Il cilindro che conteneva la sua anima fumava almeno quanto il suo corpo di aneroide perfetto. Alfa aveva deciso altri piani per tutti e aspettava immobile nel buio in mezzo al fiume.
Fischiarono le sirene. Dall’auto della polizia sul ponte scese un gigantesco sbirro dagli occhi turchesi.
“Dacci l’aneroide Alfa!”
“Da quanto lavori per B Angelo?”
La divisa dell’essere azzurro venne dilaniata in un secondo dallo spiegarsi di due gigantesche ali. A planò sul torrente.
“Non sono in grado di risolvere i due codici e non posso accedere al reliquario Alfa. Cosa dovevo fare? Non c’è possibilità di scalare il conclave per un angelo. Consegnami Branca o ti ammazzo.”
“Nostro padre Gabriele non lo avrebbe mai voluto”
“È tardi per le ramanzine, sorellina”
Il demone biondo si scagliò sul decomposto incappucciato avvinghiandolo in una nube di energia mentre Branca guardava indifferente i propri occhi che si scioglievano nella scatola cranica.
Un urlo. Angelo. Un artiglio di Alfa lo aveva trafitto al torace, nettare violastro sgorgava dalla ferita mentre questi si inginocchiava sull’umido greto.
“Addio fratello” disse Alfa andando a raccogliere il cilindro con l’anima.
“Caro ispettore stai per far parte della famiglia” il demone grigio si avvicinò al fratello agonizzante e spinse con forza il cilindro nella ferita, fino a rompere il cuore di diamante.
Branca riaprì gli occhi in un punto bel lontano da quello dove gli aveva chiusi. Gli sanguinava il petto. Vide Alfa dirigersi nel rogo che avvolgeva il proprio vecchio corpo e prendere fuoco.
Nessuna tristezza, nessun sentimento albergava nel cuore dell’ispettore che, indifferente, spiegò le ali e si librò nell’aria.
Volare però era davvero un gran sensazione.

Dio

venerdì 18 maggio 2007

La metamorfosi

11 Settembre

Un rebus, una formula magica, segreta. Alfa la teneva serrata tra i denti, come un pastone di tabacco ben masticato da diverse ore ormai: ancora un istante, ancora un respiro prima di restituire un significato a quel rivoltante frullato di budella che un tempo chiamavano Branca. Le sirene ululavano sempre più vicine, affondando gli artigli nella foschia dell’oltretorrente. Cardinali doveva aver spifferato qualcosa gli sbirri. La formula. Era pronta. Ed il pegno? Il capro, l’agnello sacrificale…chiamatelo come cazzo volete ma..dov’era? Alfa poteva dirsi pronto per affrontare quel passo? Ne avrebbe avuto davvero il coraggio? Il suo cuore era così debordante generosità o vi si annidava forse un germe pericoloso quanto le anfetamine di Angelo, tossico come la bava di Benedetti? Esitò ancora…le sirene sempre più vicine. Magari qualcuno avrebbe poi pronunciato la formula per lui…magari proprio colui che gliela aveva insegnata. Forse.
Branca non era morto. Già da tempo non poteva più essere classificato nelle consuete categorie di viventi e non. Alfa si morse le labbra. Che cosa gli restava in quella vita? Non molto…quel volto sfigurato…quelle mani grinzose…quel cappuccio che gli adombrava gli occhi…

Non era sempre stato così. In tempi lontani il suo spirito pulsava nel giovane cuore di una donna. Bella, con la pelle liscia come la seta. Una ragazza speciale, che aveva commesso il solo errore di andare a letto con un folle di nome Benedetti. Prima, soltanto un paio di scopate…lui era ricco, una specie di super scienziato. Poi, un bel giorno, si trovò legata al lettino di un laboratorio. Fu allora che apparve quell’incappucciato, con l’alfa incisa sulla mano. Scaraventò a terra il Benedetti e la strappò via da quell’orribile prigione. Ma lo scienziato doveva aver già dato inizio alle sue oscure manovre, e per la giovane era troppo tardi. Incominciò a rigurgitare veleno verde e spumoso. Poi serrò gli occhi. Quando li riaprì si trovò rinchiusa nell’orribile corpo del giustiziere incappucciato. Ebbe appena il tempo di vedere il suo vecchio involucro di carne tumefatto e di imprimere nella propria mente quella filastrocca ancestrale, che era stata capace di restituirle una nuova e ripugnante sembianza. Da quel momento lei sarebbe stata solo alfa.

Alfa osservò ancora un istante Branca. Le sirene si avvicinavano…aveva poco tempo. Era arrivato il momento di passare il testimone? Il corpo dell’ex commissario ebbe un improvviso sussulto. Dalle sue viscere si alzò uno spettro verdastro.
“Non farlo alfa…vendilo a me…mi serve. Tu non hai il coraggio di trapassare. Presto gli sbirri saranno lì. Ti uccideranno e porteranno la salma a C e lui…”
“Vendertelo? E a che cosa ti servirebbe in questo stato, mio caro B?”
“Sono uno scienziato alfa…lui ha la chiave ed io posso risvegliare il suo spirito!”
“Ma non vedi lo stato del suo corpo? Non ti servirà a nulla, povero pazzo!”
“Ah si? E se ti dicessi qualcosa del tipo: “aneroide”, ti ricorda qualcosa? Sembianze umane al cento per cento. Ho raggiunto la perfezione. Uno per lui…ed uno per te…il tuo premio…il corpo di una giovane e bellissima ragazza. Ti sto dando la possibilità di ricominciare daccapo…certo…magari tu non sei quel giustiziere solitario da cui ti mascheri e qualcuno ti ha già fatto un’offerta migliore. Però sai dove trovarmi. Porta la sua salma a mezzanotte nel mio laboratorio. Stanotte io mi sostituirò a Dio”
Lo spettro si dissolse in una nuvola di fumo. Le volanti avevano ormai circondato quel vecchio stabile nella Parma vecchia.
Alfa strinse forte i denti e scrutò il marchio che aveva inciso sul palmo della mano. Tre ore lo speravano della mezzanotte. In quell’istante, seppe finalmente cosa fare.

Superpippo

domenica 13 maggio 2007

La morte di Branca

10 Settembre Sera

Nella Babele linguistica del forno di via Isola, tra il sudore e la farina Branca, finalmente tra amici, cercava la pace del riposo. La tossicodipendenza dalle siringhe verdi si faceva sentire premendo dal sarcoma verde sul collo. Non desiderava altro che fottere e dormire e bere e vivere la vita che rimaneva al proprio fegato. Le condizioni corporali peggioravano a vista d’occhio: le anfetamine di Angelo flettevano i muscoli e incassavano il torace scoprendo numerose vene azzurre sul torso e poi c’era il bubbone e il liquido verde che continuava a sputare e la gamba destra, quella trafitta dall’ago, che doleva come non mai soprattutto da quando si rifiutava di sognare. Il cocktail lo stava uccidendo e come Alfa proprio non ci voleva finire.
Il negro che lavorava al forno delle pizze non puzzava meno di lui. Branca lo guardava come se avesse riconosciuto un nuovo volto del fato.

11 Settembre Primo Mattino

La casa del negro era buia e sudicia, sembrava che la notte albergasse lì i giorni luminosi.
Si erano accordati subito, 200 euro. Era un po’ che Branca non toccava un minorenne, l’ultima gli era quasi costata il posto. Ora poco c’era da perdere.
Nonostante la semioscurità riconobbe subito l’imberbe intravisto sull’autobus.
Un'immediata serie di spasmi sconvolse il corpo dell’ispettore, la tumefazione sul collo assunse l’orrido ghigno di Benedetti: “il ragazzino!”
Branca crollò in ginocchio mentre una manina azzurra dirompeva dal petto facendogli esplodere il cuore.
La voce di Angelo: "Chico!”
Contemporaneamente un goblin verde ed un folletto turchese uscirono dal cadavere di Branca per ghermire il fanciullo quando con un sussulto il corpo senza vita sparò dalla gamba una scheggia che velocissima si conficcò nel collo dell’adolescente terrorizzato.
In un istante i tratti del bellissimo viso del ragazzo si mutarono in quelli di Carlos e il secondo successivo il fanciullo si stava lanciando in strada dalla finestra.
Il goblin ed il folletto fecero per inseguirlo ma due minuscole frecce da balestra uccisero il secondo ed inchiodarono il primo al pavimento.
“Alfa…” la voce di Benedetti giungeva fioca dal corpo del mostriciattolo verde.
“B non sei davvero più quello di una volta, ti sei fatto fregare ancora” Mentre parlava faceva scorrere un cilindro fumante sul cadavere di Branca.
“Che ti frega di quello stronzo mezzasega di sbirro?” rantolò il goblin.
“La sua anima tornerà molto utile”
“Sei tornato a leccare il culo a Cardinali vero Alfa? ma non vi servirà a niente aver trovato il ragazzino: avete vinto solo il primo round…”
“Non lavoro più per nessuno B dovresti saperlo che mi sono messo in proprio e quanto a C dubito fortemente che rivedrà Chico. Carlos non glielo restituirà.”
“Che cazzo dici idiota di un tossico tumefatto? Carlos è roba di C.. fa tutto quel che gli dice il padrone. Come può disubbidirgli?”
Alfa puntò la mini balestra al cranio del mostro.
“Chico è suo figlio”
La freccia fischiò nel buio.
Un grido disumano si mescolò alla nebbia ed agitò i fuochi fatui del cimitero della Villetta mentre un’auto sportiva volava nel cielo attraversando il pallido disco lunare.

Dio

sabato 5 maggio 2007

Intrighi di potere

10 settembre, mattina. Discarica di Viarolo

“Presto Barabba, vieni a vedere: ho trovato un cadavere!”
“Razza di un negro sculato: speriamo abbia un portafoglio bello gonfio. Spostati Abdul e fammi vedere. Oh merda secca…blurp.. mi vien da vomitare. Ma che cazzo è?”
“Questa è opera del male incarnato, Barabba: che Allah ci scampi dal ritrovarci sulla sua via!”
Il corpo ai piedi dei due barboni giaceva ignudo: la pelle del volto asportata in chissà quale modo. Il petto martoriato da gocce di un misterioso liquido nero ed incandescente.

10 settembre, mattina. Centro città

“Il destino è cresciuto e mostrerà presto il suo volto: stai attento e riconoscilo!”
Branca non poteva che ripensare alle enigmatiche parole con cui Alfa si era congedato da lui la notte precedente. Che potevano significare? E come avrebbe fatto il commissario a tener testa a tre terribili nemici come A, B e C? Anche per lui si sarebbe prospettato un futuro di deformità e solitudine? E la polizia? Gli avrebbe dato la caccia pure lei? Sovra pensiero, l’ex-commissario rischiò quasi di farsi mettere sotto da un autobus. Guardando attraverso i finestrini dell’automezzo Branca notò il volto di un ragazzo, sulla quindicina, che gli parve avere un non so che di famigliare. Era molto bello, dai perfetti lineamenti ispanici.

10 settembre, pomeriggio. Palazzo vescovile. Gabinetto del Cardinali

“Sai Victor, sei uno dei miei uomini più valorosi e vorrei affidarti una missione della massima importanza. Quel Carlos poi mi ha seccato: ma quanto ci mette a corrompere il suo ex-fidanzato? Qui ci deve essere lo zampino di qualcuno che ci rema contro. Ma ho altro a cui pensare adesso, Victor. Ascoltami!”
“Si mio signore”
“Devi sapere che in città è da poco arrivato uno che sa troppe cose sul mio conto”
“Sarà eliminato!”
“No, aspetta…lo voglio vivo…vedi…lui si chiama Chico. Era solo un bambino all’epoca ed io..beh all’inizio si trattava di pura morbosità ma poi credo di aver iniziato ad amarlo. Era il mio schiavetto ed io lo rendevo partecipe di tutti i miei segreti! Lui sa praticamente tutto di me…sa anche il mio unico punto debole. Se i miei avversari dovessero mettergli le mani addosso potrebbero avere qualche possibilità in più di sgominarmi ed allora…”
“Ah, ah ah…”
“Che c’è da ridere, Victor! Non ti rendi conto della gravità della situazione?”
“Io si, mio caro. Il fatto è che è lei a non rendersene bene conto”
“Ho capito tutto: tu non sei Victor. Rivelami la tua vera identità, mascalzone”
Un lampo rosso scaturito dalle mani di C inondò la stanza. Il travestimento si sgretolò in un istante. Cardinali fece appena in tempo a vedere il volto di Benedetti, rigurgitante disprezzo nero ed oleoso, dissolversi tra le incorporeità di una nuvola color tenebra.

Superpippo

martedì 1 maggio 2007

Getta la maschera, professor J

9 Settembre. Mattino presto

Fuori dal capannone del quartiere artigianale di Moletolo era parcheggiata una grande macchina verde.
Branca guardò il sole nascente: aveva un sonno tremendo, ma non poteva dormire.
Il professor J era un uomo gigantesco vestito totalmente di lana grezza sudicia, compreso l’ampio mantello. La sua bocca era un campo di battaglia in cui pochi denti erano sopravvissuti, la sua voce roca, i suoi occhi spenti.
Analizzò con cura la puntura all’inguine di Branca.
“Non posso più farci niente: l’ago è in sintonia con il plesso solare, se lo tolgo ti ammazzo. Carlos ti si è ficcato dentro un po’ più del solito”
Rideva.
“Ma posso darti qualcosa per farti dormire tranquillo per un po’”
Il professore estrasse da una tasca una lunga siringa e dieci fiale in un sacchetto.
“Dritta nel cervello e ti garantisci otto ore senza che il messicano ti rintracci ma vacci piano che.. dormire troppo fa male”
Rideva.
“Cos’è la G.D.?”
“Puoi farmi una sola domanda Branca, è la regola. E’ questo che davvero vuoi sapere?”
“Si”
La Giustizia Divina è l’organo di polizia del Santo Padre o, in periodo di elezioni, del membro dominante del Conclave”
“C ?”
“Una sola domanda ispettore. Ora vada, i miei uomini la riporteranno dove l’hanno prelevata”
“Sono venuto da solo” Disse Branca mostrando il biglietto con l’indirizzo
“Alfa!?”
J si alzò urlando mentre gli occhi diventavano verde scuro. La sua bocca cominciò a secernere un liquido nero capace di fondere il pavimento sul quale pioggierellava.
Senza pensarci su Branca inghiottì due pillole turchesi: due croci blu gli apparvero sulle braccia e in pochi secondi riuscì a divincolarsi dal mostro.
Scappando dal capannone fece solo in tempo a vedere una grande macchina grigia.
A casa non poteva tornare così si andò a nascondere nei pressi della Piscina.
Mentre le croci scomparivano e il sonno tornava sentì nuovamente la voce di Angelo.
“E così B è tornato e vuol giocare la partita.. Butta via quelle siringhe Branca, non ne hai bisogno, io solo ti sto concedendo il potere”
Banca prese una fiala e la ruppe nella spada che poi delicatamente infilò nell’orecchio fino a bucare il cervello. Le pupille gli si fecero enormi e color verde scuro. Prese sonno subito.

9 settembre. Notte

Credeva di non aver mai dormito così profondamente.
Un uomo incappucciato gli stava di fronte e in piedi. Lo stava fissando.
“Ti è già venuta la vena” disse indicando una grossa escrescenza verde sul collo dell’ispettore
“Alfa?”
“E chi se no?”
“Perché non mi hai detto che il professor J fosse B? Lavori per lui?”
“Ci lavoravo, ma tu ne avevi bisogno…. benvenuto nel mio difficile mondo”
Si sedette e prese a mischiare tre polverine colorate.
“Vedi: anche io ho il cocktail completo”
Alfa si chinò e sniffò tutto il miscuglio: solo allora Branca gli vide il volto… o quanto ne restava.

Dio

sabato 21 aprile 2007

L'alfa e l'omega

8 settembre, notte

Dal momento in cui mise piede fuori di casa, Branca ebbe la sensazione di essere osservato. Alle 5:14 un treno sarebbe partito dalla stazione di Parma in direzione Milano Centrale ed il commissario era deciso a non perderlo. Il suo vecchio Omega segnava le ventidue. Se al Covaccio ci fosse stato il Barone il gioco era fatto. Con un buon travestimento e un pasto caldo nello stomaco tutto sarebbe stato più facile. E poi conosceva bene C: con ogni probabilità non l’avrebbe cercato in luoghi così esposti come il localaccio allo Spip o il terminal ferroviario…eppure la sensazione di esser pedinato si faceva ad ogni passo più intensa. Ad un incrocio fra due strade l’ex sbirro salì su un tassì.
“Al quartiere Spip, prego!”
“Come desidera signore”
Non appena la vettura parì, Branca notò subito una grande macchina rossa che gli stava attaccata alle chiappe. Attraverso i vetri scuri di quella non era possibile vedere il volto del conducente.
“Semini quella macchina rossa. Vada dove vuole, ma semini quella macchina”
Un’accelerata folle giù per lo stradone: poi l’inevitabile schianto all’incrocio con la via Emilia. Il tassì accartocciato prendeva fuoco e la testa del conducente si scioglieva come un gelato al sole di Agosto. Ecco che il fuoco avanzava per riservare lo stesso trattamento a Branca. Ecco l’epilogo di una vita mediocre: le fiamme lo avrebbero presto condotto alle fiamme ancor più incandescenti dell’Ade. Ma una mano lo strappò dall’orribile destino: una mano forte e sicura, sul palmo della quale era incisa la lettera greca alfa. Branca vide allora il suo salvatore, avvolto da un vecchio e pesante saio sgualcito. La macchina rossa era lì a pochi metri. Avanzò verso di loro. Poi si arrestò ad un cenno dell’incappucciato e fece dietro front.
“Si può sapere con chi stai? Si può sapere che cosa volevi fare? Credi che stare qui o a Milano faccia differenza? Credi che per loro ci siano limiti di spazio?”
“Io non sto con nessuno. E se per loro non ci sono limiti, allora tanto vale che mi bruci subito con un overdose e vaffanculo! E tu di che fazione sei? E quella macchina?”
“Piano con le domande e lasciami parlare. Un tempo ci hanno provato anche con me, all’epoca di Benedetti, che si faceva chiamare B ed in precedenza ci avevano già provato con il Professor J: quella era l’epoca di Angelo, che si faceva chiamare A. Questa in cui ci troviamo è l’epoca di Cardinali, C, il quale, memore degli altrui errori vuole riuscire dove i due predecessori hanno fallito, dove hanno ottenuto solo una fumata nera: aprire il Reliquiario. Ora sei tu l’esca, sei tu il custode del segreto della chiave. Hai molti nemici: oltre a C è tornato anche Angelo che sembra essersi riorganizzato nell’intenzione di ritentare l’impresa che fallì molti anni or sono. Temo che lo stesso Benedetti possa farsi ancora vivo! Se rivelerai a qualcuno di loro il segreto, allora le porte del Reliquiario si apriranno ed il Meccanismo si riattiverà e allora…”
“Ci deve essere un errore: io non so nulla!”
“Sbagli: semplicemente non ricordi. Ma il tatuaggio sonderà nei più remoti spazi della tua mente e carpirà quelle informazioni. Allo stesso tempo quel marchio maledetto ti conferisce poteri che nemmeno ti immagini. Ecco l’indirizzo del professor J: lui ti insegnerà come domare il potere del sigillo della G.D…l’ha fatto con me e prima ancora con se stesso! Scusami, ma ora devo proprio andare. Buona fortuna! ”
“Dimmi di più sulla G.D: non lasciarmi da solo. Ti prego!”
L’incappucciato si era ormai però già dileguato, salendo con un sol balzo sui tetti delle case.
Un pallido sole faceva capolino tra i fumi grigiastri della città. Infondeva un poco di speranza nel cuore di un uomo schiacciato da un destino troppo greve.

Superpippo

sabato 14 aprile 2007

Voci di tenebra azzurra

8 settembre

Branca era comodamente adagiato sul divano a sorseggiare caffé da una tazza gigante mentre si riguardava per l’ennesima volta “Milano Odia, la polizia non può sparare”. Sapeva a memoria tutte le battute di Tomas Milian.
E poi non poteva dormire, forse nemmeno rimanere in casa. Sapeva di un tunnel all’ex salamini dove potevi trovare delle buone capsule o qualcosa per tenersi su: svegli e attivi. Decise di uscire.
IL posto era più umido del previsto. Un pusher incappucciato dentro una felpa grigia lo accolse all’ingresso del cunicolo.
“Che ti serve?”
“Anfe”
“Ti avevo detto che dovevi essere due ore fa davanti all’annunciata”
Branca non riusciva a vederlo in faccia.
“Brutto posto le chiese, preferisco non metterci più piede.”
“Ci sono chiese e chiese. È un momento di transizione Branca. Il conclave ha già fumato due volte nero ma C si fa ogni giorno più forte”
“Pensavo avessero già eletto papa un tedesco”
“La tua ironia è fuori luogo ispettore, la battaglia finale si gioca in questa diocesi.. se C apre il reliquiario..”
“Ma vaffanculo voi e il portaossa”
“Dovresti aver capito che sei già molto coinvolto”
“Per quanto ne so io, Angelo, non sei certo meglio di Cardinali”
“L’importante è che tu non sia andato nemmeno al vescovado oggi. Cerca di rimanere sveglio, prendi questo!”
Un barattolo di pillole azzurre volò dalla mano di Angelo a quella dell’ispettore.
Al rientro a casa lo attendeva in lacrime il Pianini.
“Sei vivo! lo sapevo… me lo sentivo”
“Sono molto stanco e ho fame, perché non fai un paio di sofficini?”
“Subito” rispose il compagno asciugandosi le lacrime.
Branca ingollò una chicca turchese e appoggiò il trench all’appendiabiti quando notò la tasca gonfia della giacca di Pianini:come poteva aver lui la sua pistola?
Deciso ad ottenere spiegazioni si diresse in cucina.
Prima di poter proferir parola sul braccio dell’ex ispettore apparve una croce intrecciata colore blu elettrico. Nei suoi occhi lampeggiò una violenta luce azzurra. Puntò l’arma e esplose il colpo.
Pianini cadde come un calzone ripieno sul pavimento.
La voce di Angelo risuonò nel vuoto.
“Solo un avvertimento.. ti controllano anche quando sei sveglio Branca, stai in guardia.”
La croce gli scomparve dal braccio e tutta la stanchezza tornò a farsi sentire.
Si chinò verso l’amante defunto e notò un piccolo segno sul collo, quasi una puntura.
“E tu da quanto è che non dormivi la notte?”
I sofficini erano completamente sporchi di sangue e un budello friggeva sulla piastra elettrica ancora accesa. Decise di vedere se al Covaccio a quell’ora si potesse ancora mangiare un boccone.

Dio

sabato 7 aprile 2007

Dio è solo uno scrittore

7 settembre, sera

Branca restava immobile in un angolo della cella, paralizzato dal dubbio che tutto quell’incubo fosse reale. Poi, gli parve di notare un’ombra rapida che scivolava sottile fra le sbarre. Nelle narici avvertì un bruciore di incenso. Le palpebre crollarono come due serrande di una vecchia autorimessa.

8 settembre

Risveglio al buio, come circondato da un lenzuolo di plastica. Freddo glaciale e un dolore boia all’inguine. Il commissario si sentì scivolare all’indietro, quasi si trovasse su una canoa in balia delle rapide. Le sue pupille furono presto invase da una luce accecante. Carlos, vestito da medico, lo scrutava dall’alto.
“L’unico modo per portarti fuori di là amore era di farti credere morto. So che non ti piacciono i posti freddi, ma sappi che adesso la tua pellaccia è più dura che mai!”
“Dimmi che è un cazzo di trip e che sono un drogato di merda. Ma dove sono. Questo è un obitorio. Allora sono morto anche io. Ma che cos’è? Siamo dei Nosferatu?”
“Ah, ah.. ma che dici! Ti ho già detto di abbandonare le tue sciocche categorie di vita e morte…col tempo capirai. Ma ora che sei libero la G.D. ha bisogno di te! Per attivare il Meccanismo mancano le due chiavi. Tu eri uno sbirro e sai dove andarle a cercare le cose. Vedi la G.D. per via della mia intercessione, conta molto su di te..”
La G.D.? Ma che cazzo è? Chi cazzo siete? Dio, forse?”
“Oh, no: molto meglio. Dio è soltanto uno scrittore, che non offre alcuna possibilità di scelta ai suoi figli. Noi invece lasciamo che siano i nostri figli a scrivere le pagine della loro vita!”
“Sei solo un pazzo! Ti odio. E giuro che quando vedo Cardinali io…”
“C, mi raccomando. Rivestiti adesso. Tra un’ora davanti al Vescovado. Se non ci sarai, preparati ad atroci sofferenze!”
Un lampo abbagliò gli occhi del commissario che si ritrovò solo nella stanza. Al suo fianco era adagiato un elegante completo di sartoria messicana. All’improvviso il soffitto dell’obitorio si squarciò e da lì discese un aura luminosa. Questa si dissipò, lasciando apparire un uomo alto dai capelli biondi. Indossava un abito bianco e scintillante. Branca pregò perché fosse soltanto un sogno, ma quello parlò:
“Non è un sogno, commissario! I sogni se li sono presi loro. Ma io posso restituirteli. Posso liberarti dalla maledizione!”
“Chi sei, per Dio! Ma che cosa ho fatto? Che ho fatto?”
“Non è il momento di frignare. Mi chiamo Angelo e ti porto un messaggio: non recarti al Vescovado tra un’ora. La G.D. è il male e C deve essere annientato. Non regalarti al loro servizio. Ti aspetterò, tra sessanta minuti, alla chiesa dell’Annunciata. So che non mi deluderai!”
Un nuovo lampo luminoso. Branca si stropicciò gli occhi. La stanza era perfettamente in ordine. Un vecchio orologio a parete segnava le diciassette in punto.

Superpippo

mercoledì 4 aprile 2007

Un amico si piange una sola volta, Carlos

7 Settembre

“Non capisci ancora di cosa fai parte vero?”
La carezza della mano di Carlos lo svegliava come qualche anno prima in Messico.
“Hai perso il posto caro e, chiaramente, l’incarico”
“Dove sono?”
“In galera”
Branca indicò un pannello luminoso a forma di croce coperto di strane escrescenze luminose.. di bubboni colorati.
“Oh quello.. beh vedi non è così semplice. Diciamo che i tempi della Giustizia Divina sono un po’ più rapidi di quelli soliti dell’ordinaria, 47 secondi del tuo tempo”
“Il morto che parla. Accuse? O meglio: condanne?”
“L’hai fatta grossa commissario: te ne sei venuto vicino ad uno dei portali con un bel chip nella zucca e stavamo per chiudere tutto ma poi..”
“Me la sono cavata con una botta in testa?”
“Non è così facile, vedi la Diocesi..
“Frena! Che cazzo intendi con la Diocesi? Ti sei fatto assoldare dal Cardinali? C’è lui dietro tutta questa stronzata di altare cibernetico in cui son finito?”
“C ora lui è solo C”
“Lo sapevo, maledetto..”
“Tu non sai quello che è diventato. Tu non sai nulla ma capirai. Allegro Branca: lavori per la G.D. adesso”
“Io non lavoro per nessuno, non potete obbligarmi a fare nulla”
“Ma non è questa la tua condanna commissario, questa è solo una chance per riscattarti.”
“Cosa caz..”
“I tuoi sogni mio caro, ce li siamo presi. Il tatuaggio che hai sulla coscia è una Reliquia di Incapsulamento Neurale, un acchiappasogni in soldoni.”
“Tu sei completamente matto.. dov’è l’uscita?”
Carlos indicò una gigantesca porta luminosa scuotendo beffardamente il capo.
“La prossima volta che ci incontriamo vecchio culo venduto di un messicano me ne frego se stai vestito da chierichetto come adesso: giuro che ti ammazzo. Un amico si piange una volta sola.”
Carlos prese in mano qualcosa che somigliava ad un incensiere e cominciò ad agitarlo
“Andiamo malaccio.. ci rivedremo tra poche ore e per allora dovrai aver capito che le categorie di vita o morte poco si addicono all’esistenza che sto conducendo. Buona giornata”
Branca si svegliò: gli pareva di non avere mai chiuso occhio. Il primo suono che sentì fu quello di un’auto sportiva che sfrecciava su via Burla.

Dio

sabato 24 marzo 2007

Cazzi amari per Branca

6 settembre

Immenso. Quel cielo così limpido che si perdeva oltre le cime degli Appennini apparve immenso al questore Pianini. Così, mentre attraversava a passo spedito il ponte Caprazzucca, la sua mente fuggì nel passato, alle corse con il fratello giù per i ripidi sentieri sul dorso del Marmagna.
Una telefonata rapida, pochi minuti prima. Un invito anonimo ad incontrarsi al più presto in un appartamento nella pancia di quella mostruosità edilizia in piazzale Corridoni. Branca non rispondeva più a quel cazzo di cellulare. Un altro tentativo. Ancora una volta l’odiosa vocina della segreteria. Pianini si voltò di nuovo a sinistra verso le montagne. La voce del fratello che cadeva da quella rupe lanciando un ultimo grido disperato balenò nella mente del questore. Non sapeva spiegarsi come, ma quella voce era davvero simile a quella dello sconosciuto che l’aveva invitato al misterioso appuntamento.

6 settembre. Più tardi

La mente del commissario era sprofondata ancora nel buio, accompagnata da dolci parole in spagnolo, proferite da voce famigliare: “Buenas noche mi amor .
Branca si risvegliò sul posteriore di una vecchia Jaguar. Avvertì immediatamente un odore particolarmente sgradevole. Si stropicciò gli occhi e realizzò la macabra situazione. La prostituta con cui aveva giocato a casa del Marini poche ore prima giaceva esanime accanto a lui, con un buco di proiettile proprio nel bel mezzo della fronte. Il commissario sfoderò la propria pistola. Mancava un colpo in canna. In quel momento udì un crescendo di sirene e capì che quella sinfonia trionfale la suonavano per lui. Ma i suoi arti erano oltremodo intorpiditi. Gli agenti lo bloccarono a pochi metri di distanza dalla vettura.

6 settembre. Sera. Sede del RIS

“Questo stronzo dice di essere innocente ma è chiaro che è stato lui. Il proiettile è stato sparato dalla pistola che aveva con sé e sul manico di quella c’eran solo le sue impronte. Dice di non ricordarsi niente: infatti le analisi hanno dimostrato che era sotto effetto di LSD.”
“Mi hanno detto che era uno sbirro”
“Si, ma non troppo in gamba. Ti ricordi il caso dei giovani scomparsi? Beh, non ne era venuto a capo. Ha detto che adesso stava cercando l’acqua scomparsa: cazzate. Il colonnello ha chiamato poco fa l’ispettore Pianini. È venuto qui, l’ho visto. Aveva una faccia strana, come assente, ma ha chiarito come stavano le cose. Si, le ha chiarite senza diritto di replica!”
“Cioè?”
“Branca era stato sollevato da quell’incarico, in seguito alla morte di un suo vecchio amico. Pianini ha pensato che il commissario potesse esser turbato per il lutto e ha pensato di risolver da solo l’affare: e l’ha risolto oggi stesso. L’acqua è tornata, cazzo! E quel coglione di Branca si sarà offeso di non esser stato lui l’eroe: giù un acido e via con una puttana. Magari non glielo succhia come si deve ed un colpo in testa a quella pompinara da quattro soldi non lo leva nessuno!”
“Che pezzo di merda. Mi hanno detto che aveva anche una puntura da siringa nell’inguine…allora si bucava pure!”
“A prima vista si… tuttavia.. non c’era traccia di eroina nel suo corpo…”

6 settembre. Notte. In cella

A Branca quella cazzo di puntura spuntata dal nulla nell’inguine bruciava come non mai. Si calò i pantaloni per darle un’occhiata: intorno alla stessa si era materializzato un tatuaggio misterioso ed indecifrabile. Emanava una luce sinistra. Al commissario non restò che stringere forte il cuscino. Poi, le tenebre.

Superpippo

sabato 17 marzo 2007

I cancelli del cielo

6 settembre

Paolo Marini era un uomo di chiesa. Pochi fronzoli e ninnoli: un bravo idraulico timorato di Dio. Almeno così gli aveva detto la mignotta che aveva trovato in casa sua.
Prima di entrare nel duomo Branca si guardò le mani: ci era andato giù pesante con quella zoccola, le aveva aperto la faccia. Gli era piaciuto, era piaciuto ad entrambi.
Branca entrò in chiesa scacciando la solita orrenda sensazione che il palazzo del vescovado lo stesse guardando.
Non ci voleva certo un Serpico per fiutare una trappola: quando cerchi un idraulico difficilmente lo troverai nei pressi dell’altare vestito come super Mario bross. Fece scivolare la pistola nella tasca.
“Il signor Marini?”
“Il signore la sta chiamando”
Un prete fece un cenno a Branca che si alzò e prese a seguirlo in una lunga peregrinazione fuori navata.
Stava per morire, ne era sicuro. Non che gli importasse. Non gli importava nulla ormai. Strinse forte la berta occultata nel trench ed ingollò l’ultimo quartino di acido che gli era rimasto. Pronto per il grande viaggio.
L’ultimo corridoio. L’ultima svolta a destra. Un colpo secco, odore di incenso, il sapore della polvere e del marmo, i piedi del prete che diventano quattro, poi sei, poi…. buio.
Branca si svegliò legato e supino. La luce gli doleva molto.
Tanti uomini in camice gli giravano intorno. Mille voci.
“Splendido esemplare..”
“C aveva parlato di quel vecchio esperimento ma non credevo…”
“zzagi nnapi haa”
Una poi, una nota, si levò su tutte:
Asì es mi hermanno. Benvenido.”

Dio

venerdì 9 marzo 2007

Il "Covaccio" di Branca

5 settembre,tarda mattinata

Un raggio di luce appena filtrato dalla sottile trama delle tende turchesi risvegliò la mente di Branca dal torpore notturno. Nuovi pensieri si accavallarono contorti nel cervello del commissario. Il passato troppo greve; il futuro oltremodo incerto, simile ad una barchetta di carta in balia dei marosi in un giorno di tempesta. Era vero amore quello che il commissario nutriva per il questore Pianini o si trattava semplicemente di necessità: necessità di avere uno stabile punto di riferimento? Valeva la pena rischiare così tanto pur di stare vicino a quell’uomo, proprio al centro di quella nuova e caotica culla del crimine chiamata Parma? Non sarebbe stato forse meglio ritirarsi in un tranquillo commissariato di provincia, come un Cincinnato dell’era moderna? E che dire del delitto di Carlos: non avrebbe potuto Branca mettere una pietra sopra quella storia vecchia e polverosa?
No, non poteva. Non voleva. Quella sete di verità che lo aveva spinto ad entrare in polizia molti anni prima si ridestò ancora, prorompente come non mai, persino più forte di quella sete fisica dovuta alla scomparsa dell’acqua dalle tubature. Branca capì in quel momento che doveva superare ogni dubbio e proseguire nell’indagine, quantomeno per vendicare Carlos, forse l’unico vero amore della sua vita.

5 settembre, notte

Quando Branca varcò la soglia del “Covaccio” , la sua mente corse agli anni in cui, ancora troppo giovane per poter immaginare un futuro da commissario, soleva spendere le serate d’inverno in quel locale clandestino. Il posto non era cambiato molto. Le narici di Branca furono investite da zaffate d’oppio ed i suoi occhi ipnotizzati da uno sculettare di chiappe giovani e slave. Il commissario, travestito da malavitoso di bassofondo, si mimetizzò perfettamente in quell’ambiente. Si avvicinò al bancone ed offrì più volte da bere ad una giovane prostituta. Quando quella fu ubriaca non gli fu difficile trascinarla nel retro bottega con la scusa di un pompino, nell’intento di estorcerle preziose informazioni.
“Senti, se invece di succhiarmi il cazzo rispondi alle mie domande ti pago il doppio, va bene?”
“Tuuutto quello che vuoi, super fusto”
“Lo succhi anche a Lui di tanto in tanto, vero? Lui è in città? Che cosa sai dirmi di Lui?”
“Lui chi? Ma chi…. Mpfffffff…”
“Sai a chi mi riferisco, succhiacazzi di una slava!”
“Si…a lui piace riempirmi la bocca di…beh, lo sai anche tu no?”
“Ti ha mai parlato di un progetto riguardante dell’acqua? E di un certo Carlos, un ispanico?”
“No…Lui non parla mai. Però l’altro giorno un foglietto caduto da suoi pantaloni…io tenuto.. io sapevo valere tanti soldi..e tanti soldi uguale tanta roba e io felice. Tu quanto offri per foglietto?”
“Tutto quello che ho: duecento bigliettoni!”
“Uh uh…affare fatto. Ecco tuo bello bello foglio…ah ah”
Branca osservò il prezioso documento. Da una parte riportava una lista di nomi. Il primo, in cima, era quello di Carlos. Dall’altra il commissario riconobbe lo stemma inconfondibile: una croce nera intersecata ad una grande “C” rossa. Sotto l’effige appariva riportato il numero di telefono di un certo “Marini Paolo, ingegnere idraulico”. Branca voltò di nuovo il foglio, in modo da poter leggere l’intera lista, quando udì delle forti voci provenire dall’interno del locale.
“Quel tipo non mi convince per una sega. Andiamo a fare quattro chiacchiere con lui”
“Spero per voi che il capo non sappia niente di questa storia: sapete che non tollera i pischelli piantagrane qui al Covaccio”
Il commissario capì che non aveva più tempo, e si infilò il foglietto in tasca.
La luna piena scintillava oltre le ciminiere delle fabbriche che si ergevano maestose nel quartiere SPIP.

Superpippo