sabato 30 giugno 2007

Il papa nero

22 Settembre

In pochi terribili secondi un sole rosso salì allo zenit sopra il palazzo del vescovado cominciando lentamente a dissolvere il tetto depositando una calcina unta che scendeva come pesante nevischio sui membri del conclave, su C, sul corpo di B, sul profeta e su Branca che immobile come il torso alla sua sinistra ascoltava con le orecchie di un angelo il silenzio delle trombe dell’apocalisse.
I 19 al sorgere del disco infuocato alzarono le mani al cielo.
Una nube bianca traslucida si alzò intorno a C che sussurrava parole incomprensibili senza muovere le labbra. Come un richiamo raccoglie l’attenzione dei presenti così le sue mani rivolte verso il basso parevano sottrarre materia all’ambiente circostante… un mistero antico, un nuovo prodigio rubava densità al reale già sconvolto dall’approssimarsi del Pandemonio.
Caifa si materializzò alla sinistra dell’altare guardando fisso tra i vapori opalini che lo avevano ormai avvolto totalmente.
Il giovane profeta non riusciva a svincolarsi dall’effetto dell’imposizione sebbene la formula fosse stata interrotta ed estratto un acuminato ed iridescente pugnale dal saio tentava di recidere il braccio destro che lo ancorava al pavimento. La giovane carne cedeva facilmente ai colpi e Branca sfiorò momenti di autentica estasi nel vedere il minore messicano automutilarsi con tanta nobile eleganza.

Per le strade della piccola Parigi da ogni tombino, cantina e zona d’ombra gli esseri demoniaci del sottosuolo si manifestavano brandendo arrugginite scimitarre ed aggredendo ogni passante, stuprando ogni essere vivente, incendiando ogni cosa senza direzioni precise e senza sosta.
Alcuni erano mostri giganteschi alti due o tre metri dotati di corna e code, altri erano di forma animale e notevolmente più minuti, altri ancora avevano sembianze borghesi e vestiti di ogni epoca. Un happening dirompente e futurista coinvolgeva tutto il centro storico compresa la gremita via Farini dove trionfava l’unico vero, assoluto Happy Hour:l’inferno.
Già molti demoni si accalcavano al portone del sacro palazzo tenuti in scacco da un manipolo di impavide guardie della G.D. che strenuamente tenevano la posizione.

All’interno la coltre sull’altare del Tempo si dissolse e C riapparse totalmente avvolto di una tunica nera da cui sbucavano solo le mani strette attorno ad un piccolo scrigno.
Ogni oggetto, mobile o molecola dell’edificio proferì all’unisono:
“Annuntio vobis gaudium magnum: Habemus Papam”

Dio

martedì 26 giugno 2007

Toccata e fuga di B

22 Settembre

In quella improbabile posizione, circondato da una tale folla di depravati, Branca non poteva certo notare quella schiera di sapienti incappucciati, addossati alla parete di fondo della sala: i membri del conclave. C, prima di procedere con il rituale, volle assicurarsi che questi ultimi fossero tutti presenti: li contò uno dopo l’altro:…16, 17, 18, 19..ne mancava uno all’appello: Benedetti!

Il soffitto del salone venne squarciato da una prorompente nuvola verde, dalle cui incorporeità balzò fuori l’orrenda sagoma di Benedetti. Lo scienziato rigurgitava esultante bava olivastra.
“Fermi tutti! Credevate che C potesse compiere il miracolo…ma io conosco un buon motivo per ritener vero il contrario. Ho ricostruito la lingua di un certo ragazzino: sapeste cosa mi ha detto! Una sola, sconcertante, rivelazione, di cui vi renderò tosto partecipi. La verità è che..cazz..blurp..ahhhh!”
Lo scienziato abbassò lo sguardo e scoprì di avere una motosega circolare conficcata nel torace. Caifa si svestì dell’invisibilità che lo aveva tenuto nascosto sino a quel momento.
“Ora non puoi più parlare!” esclamò il terribile demonio.
“Bravo Caifa” esultò C “per questo tuo gesto ti perdono per il trattamento oltremodo sanguinario che hai riservato al nostro Chico..quando sarò Papa gli procurerò un corpo da semidio! Ed ora finisci quel rettile di Benedetti!”
“Con piacere!” Ad un cenno della sua mano, la motosega di Caifa si tramutò in un gigantesco ragno meccanico: era già pronto a divorare l’agonizzante B, quando una voce di fanciullo si levò dalla folla:
“Fermo, orribile mostro. I tuoi passi non solcheranno mai più questa terra!”
Il piccolo messicano fece un passo in avanti. Gli fu sufficiente un piccolo gesto del dito per mandare in frantumi il ferroso discendente di Aracne. Caifa sbottò, in preda all’ira, deciso ad annientare il più in fretta possibile quel microscopico rivale:
“Non osare sfidarmi moccioso…non so chi tu sia, ma me la pagherai cara”
L’avambraccio del demone assunse allora le forme di una lunga frusta chiodata, ma il piccolo ne scansò agilmente i fendenti, per poi scagliare tutta la folla di spettatori contro Caifa, sotto forma di dardi infuocati. Quest’ultimo spense le fiamme con un respiro gelido e vigoroso.
Nella sala erano rimasti ormai soltanto i membri del conclave, impassibili sul fondo, i due contendenti, C con i due sacrificandi, Branca e il torso umano, e per finire l’agonizzante B, disteso sul pavimento, intento a miscelare polverine colorate.
Caifa si staccò la frusta dal corpo, frusta che si tramutò subito in un pericolosissimo serpente tentacolare. Il profeta si lasciò ingoiare dalla creatura senza opporre resistenza, per poi squarciarne le carni dall’interno, con una fontana di raggi iridescenti. Il corpo del fanciullo era ora coperto di sangue oleoso: i suoi occhi tremendi, color dell’abisso.
“Ora mi hai seccato mocciosetto” sentenziò Caifa “Sai perché mi hanno bandito dal conclave? Beh..diciamo che conosco qualche formula proibita..roba molto scomoda: in sostanza, sono cazzi amari per te! Ora ascolta..iktarr..neprilll…thasjsj…Φ♣⅔…toepqqeaiala99918714242”
Caifa giunse le mani, mantenendo uno stato di concentrazione assoluta. Il profeta restò fermo un istante. Poi, i suoi occhi si spensero come una lampadina bruciata. Il fanciullo si portò allora le mani al collo, iniziando a strangolarsi. L’imposizione stava sortendo l’effetto desiderato, ma necessitava di concentrazione assoluta…assoluta..uno scoppio improvviso! Le polverine di Benedetti! Il suo ultimo disperato gesto, su questa terra. Caifa perse l’equilibrio e cadde a terra. Il profeta riprese conoscenza.
B esalava in quell’istante l’ultimo respiro. Le sue mani erano state mutilate dallo scoppio..sul suo volto si era delineato una specie di sorriso..B lo sapeva bene..morendo, sarebbe forse finito in pasto a Cerbero, ma, almeno non avrebbe assistito ad alcun Pandemonio.

Superpippo

domenica 24 giugno 2007

La quiete al dì di festa

22 settembre

Semidei arrapati e ninfe seminude libavano in un vaporoso giardino avvolti dalla nebbia e dall’odore del mirto.
Branca si rese immediatamente conto di non essere accolto e neppure respinto dai festanti, vuoi per il nuovo corpo angelico o per chissà quale altro sortilegio.
Come fosse di casa.
Camminava tra la loro indifferenza su un pavimento di aspetto marmoreo e di consistenza incredibilmente soffice.
Un odore guidava i suoi passi, non un obiettivo preciso ma qualcosa di simile ad un sentimento di natura umana lo esortava a muoversi tra Dodo e Mammut, attraverso piante con foglie gigantesche imperlate di rugiada purpurea fino ad un grande cancello avvolto d’edera posto innanzi ad una gigantesca scalinata che sfregiava una immensa ziggurat turchese sormontata da una cupola di foglie dorate di ascendenza secessionista.
I cancelli si spalancarono al suo arrivo, la scala si fece agevole e arrivò in cima nel tempo impiegato per pensarvi.
Come quando si conosce già la strada che si sta percorrendo.
Riusciva a stento a vedere all’interno della cupola: dieci luminose figure incappucciate sedevano lungo la circonferenza interna e al centro una donna in abito rosso stava in ginocchio ma parlava con autorevolezza e timbro maschile.
“Vi chiedo dunque di concedermi il vostro favore o potenti San Pietro del passato e di veicolare la mia elezione all’interno degli animi del conclave. In cambio vi offro le reliquie di Giuda: il tesoro che da anni è proprietà dei demoni del sottosuolo potrà così tornare ai legittimi padroni”
Tutti e dieci risposero all’unisono:
“Il patto è stretto. Tenete nascosta la vostra identità e procurateci le sacre spoglie di Iscariota e sarete Papa. Tornate indietro ora e procedete all’apertura. Costui a questo scopo deve venire con voi”
La cupola si aprì come un fiore dorato proprio davanti a Branca.
La donna in rosso si voltò di scatto.
Come un incontro alla stazione.
“Commissario..”
Il terreno sotto l’angelico depravato si lacerò lasciando sbucare rapidamente centinaia di rose che presero ad intrecciarsi come rampicanti attorno al suo corpo fino ad entrargli nelle cavità orali.
Branca svenne.

La folla che lo stava guardando al suo risveglio aveva un aspetto familiare. Dobermann, nazisti, maghi e monache: era nuovamente al “piano di sotto”.
Era su un palco dall’aspetto tanto turpe quanto antico, un Altare del Tempo.
Cardinali con la mano destra gli premeva la testa su un cuscino di velluto posto su una colonna dorica. La colonna gemella presentava un irriconoscibile torso umano che C reggeva con la mano sinistra.
Mentre parole incomprensibili echeggiavano nella sala delle cerimonie Branca non trovò altro cui pensare che non fosse deflorare quei due bellissimi fanciulli sudamericani in prima fila.
Uno dei due gli pareva di conoscerlo da tempo per quanto fosse impossibile trovar conferma in quei bulbi bianchi e verdi, immoti, quasi privi di vita.
Come l’occhio del ciclone.

Dio

venerdì 22 giugno 2007

Il battesimo degli Dei

22 settembre

Branca riuscì a malapena ad accorgersi del gran movimento di gente che accorreva al cortile interno del palazzo. Si scrollò a fatica di dosso un ammasso di tenere carni orientali e si rizzò in piedi, barcollando come l’albero di una nave sotto le sferzate del fortunale. L’ex commissario domandò ad alcuni giovani prussiani che cosa fosse accaduto ma questi non furono in grado di rispondergli, essendosi recisi la lingua pochi minuti innanzi. Si imbattè allora in un individuo austero e robusto, vestito di stracci, con il braccio destro infilato in un sacco grezzo e sgualcito.
“Ma dove vanno tutti?” domandò, iniziando a ridere senza motivo.
“Ridi pure per l’ultima volta, povero stolto. Le droghe che hai ingerito ti allevieranno le sofferenze”
Branca ebbe appena il tempo di vedere l’ombra di una motosega circolare calare su di lui come una falce di morte, che il suo fedele servitore, Evento, si era già parato tra lui e Caifa per incassare il colpo. Il corpo del nano dalla barba vermiglia venne letteralmente squarciato in due dal fendente micidiale. Un branco di dobermann inferociti si fiondò sulla prelibata carcassa, impedendo al demonio di attaccare una seconda volta. Branca, riacquistando un minimo di lucidità, fece fondo ai suoi nuovi poteri sovraumani, e con un agile balzo si allontanò da quel nemico sconosciuto. Caifa si teletrasportò in una frazione di secondo alle spalle della preda, ma quest’ultima fu abbastanza rapida da spiegare le ali e prendere il volo, librandosi proprio al centro della stanza. Caifa si staccò allora l’avambraccio motosega dal corpo, scagliandolo con impressionante potenza verso quella specie di angelo. L’arma arrugginita sibilò sopra la testa di Branca, che si vide subito avvolto da una nuvola di piume dondolanti. Incapace di mantenere il volo, precipitò al suolo, finendo proprio nella vasca della fontana. La motosega di Caifa, nel terminare la sua traiettoria ascendente, assunse le sembianze di un mastodontico pterodattilo meccanico, rigurgitante fiamme azzurre, che, sotto l’ordine del padrone, planò a gran velocità verso la fonte.Branca, completamente immerso nell’acqua gelida, capì che la fine era prossima. Il freddo aveva risvegliato del tutto i suoi sensi: avrebbe sofferto davvero, avrebbe gustato tutta l’agonia che poteva procurare il morso di quella bestia alata. Poi, improvvisamente, percepì sul fondo della vasca una corrente calda. Provò come un senso di sollievo e decise di cavalcarla. Allora pronunciò una parola, una formula magica che stringeva nell’anima da sempre e che non era mai stato in grado di decifrare. Un geyser di acqua bollente lo proiettò allora verso l’alto, oltre l’uccello di acciaio: perforò il soffitto ed il tetto del palazzo, superò la luna e schizzò fra le stelle. Poi, su di lui calò il buio. Quando riaprì gli occhi capì di essere approdato alla vera festa, la festa degli Dei.

Superpippo


giovedì 21 giugno 2007

Il rito e la fonte

22 Settembre

La festa al palazzo del vescovado era iniziata.
Ogni esponente dei poteri occulti non poteva mancare all’evento più significativo della stagione: tra le imponenti guardie della G.D. sfilavano uomini comuni, maghi, streghe, trolls e mostri senza tempo.
Strani volti di razza Aliena intorno all’immenso buffet. Ai lati dei sessanta tavoli imbanditi sessantuno splendide monache messicane rasate offrivano in ginocchio vino dal seno.
Altre schiave in ogni stanza: in una di queste una decina di nani prendeva possesso liberamente di un maggiordomo ben lieto di assentarsi per qualche minuto dal lavoro.
Polizia ordinaria e malavitosi brindavano assieme, divi del cinema subivano improvvisati interventi di chirurgia estetica, anziane impellicciate orinavano in vasi d’argento e riempivano il calice a floridi sudanesi al guinzaglio.
In ogni dove sacrifici: chi sgozzava un agnello nero, chi macchiava il parquet col sangue del servo. Una dozzina di dobermann scorrazzavano per la festa avventandosi sulla cruda carne che veniva loro offerta.
Decine di biondi funzionari della Gestapo ridevano alle canzoni di un vecchio menestrello, avanguardisti dipingevano su gigantesche tele con sangue di anziani mutilati per l’occasione, fanatici a coppie si eviravano e porgevano il proprio sesso reciso alla bocca del compagno, inquieti satiri pederasti montavano qualsiasi cosa sotto i dieci anni di età, altri frustavano la sposa e la offrivano a tutti, altri ancora sposavano un cadavere e si toglievano la vita con essenze di rosa dai cinque petali.
Era davvero parecchio tempo che Branca non prendeva parte ad una festa così divertente e così mentre si appropriava in un angolo della verginità anale di una suora filippina rimuginava sulle straordinarie coincidenze che avevano portato l’invito nella sua mano.
Mancavano meno di due ore all’equinozio e la portata della gigantesca fontana della sala principale pareva crescere ogni minuto di più. L’aria si faceva sempre più afrodisiaca e la dimensione orgiastica sempre più confusa e potente.
Un suono lugubre richiamò nel cortile interno tutti coloro in grado di muoversi.
Il comignolo della Sala del Segreto fumava nero per la terza ed ultima volta.

Dio

venerdì 8 giugno 2007

La strage dell'innocente

21 settembre, mattina

Una schifosa e viscida lucertola si infilò in una crepa del muro, raggiungendo agilmente la sala delle torture. L’orribile creatura verde e squamosa addentò qualcosa, simile ad un pezzo di carne umana, indistinguibile nella penombra. Poi risalì la parete sino al condotto di areazione, attraverso il quale si procurò una comoda via d’accesso alla sala fumatori di un vicino circolo Arci. Lì, ad aspettare il rettile, stava seduto al tavolo un gigantesco uomo vestito di lana sudicia. Questi accarezzo il suo piccolo servitore, strappandogli il bocconcino dai denti. Quindi infilò il prezioso reperto in un sacchetto di plastica e se ne andò senza pagare il conto. Si trattava del resto di una lingua umana mozzata.

21 settembre, sera

Quella sera al Covaccio c’erano proprio tutti: il Barone, Murena e i suoi scagnozzi, la gang dei portoricani, un gran numero di prostitute e travestiti e persino il Bello con i suoi quattro pistoleri. Si brindava ad un futuro di prosperità e potere, nel segno del dominio di C. I bookmakers del retro bottega lo davano ormai per favorito anche se le voci di un probabile ritorno sulla scena di Caifa spaventavano un po’ tutti. A notte fonda la porta del locale si aprì inaspettatamente. A solcare quella soglia fu un bambinetto di sei anni, dai lineamenti ispanici.
“Che fai qui” lo ammonì il barista “questo posto non fa per te”
“Come questa terra non fa per i nemici della mia famiglia” sentenziò il piccoletto, mostrando i suoi occhi così belli e penetranti. “Ditemi dov’è Caifa!”
“Questo pivello ha voglia di scherzare” borbottò un beone flaccido e sudaticcio “Lo avrà mandato C per farci un regalino…su vieni con me sul retro che ti faccio mangiare un bel calippo!”
“Dov’è Caifa!” replicò l’ispanico, con ancor più convinzione. I suoi occhi scintillavano.
“Ma è nel retrobottega, nei pantaloni di Murena” gridò uno dei bifolchi. Si levò una gran risata collettiva, simile ad un grugnito. Gli occhi del bambino assunsero allora una tinta indefinita, il colore del cosmo, ed il suo corpo si circondò di un’aura luminosa come il sole.
La masnada del covaccio non si accorse nemmeno della sua scomparsa. Continuarono a ridere come indemoniati. Nessuno riusciva più a smettere di sghignazzare. All’inizio sembrava divertente, poi qualcuno iniziò a sudare freddo. Ciascuno era ormai preda di una risata isterica e senza sosta. Le mascelle di quei disgraziati si aprirono sempre più, sino a squarciare i muscoli della faccia. Poi iniziarono tutti a rigurgitare sangue, contorcendosi sul pavimento in preda a spasimi di dolore, pregando per una morte rapida che, loro malgrado, non arrivò. L’agonia si agitò ancora per alcune ore, finchè i loro corpi non furono quasi completamente dissanguati.
La pozzanghera rossa si raccolse al centro della stanza, defluendo in un tombino di scarico. Il fiume scarlatto scese così nelle profondità della terra.
Quella sera i demoni del sottosuolo, custodi del Reliquiario, si consolarono con quell’appetitoso antipasto. Questo li avrebbe tenuti a bada almeno per un paio di giorni, almeno fino alla sera dell’equinozio, la sera della portata principale.

Superpippo

martedì 5 giugno 2007

Il secondo raggio di sole

20 Settembre. Pomeriggio. Campetti

Nessun nascondiglio poteva avere valore per Carlos ormai. Abbandonatosi dentro il corpo del figlio, il sudamericano pensava solo a quando lo avrebbero preso.. tre giorni all’equinozio.
Era alla decima bottiglia di oligominerale quando il cielo del parco Ferrari si fece improvvisamente molto scuro.
“Caifa” tuonò potente la voce di Carlos dalle giovani corde vocali del figlio.
Il buio lo avvolse.

20 Settembre. Pomeriggio. Puerto Lempira

La luminosissima spiaggia delle Speranze ospitava la più importante cerimonia Zoroastriana degli ultimi tre secoli.
Un ragazzino di sei anni circa sedeva sull’altare del Tempo mentre un vecchio sacerdote urlava frasi di una memoria antica, incomprensibili.
Tutto attorno bellissime ancelle nude tendevano verso il cielo ciotole colme d’incenso fumante.
Il mare irrequieto si calmo all’improvviso e da una nube sgorgò una luce densa come un ruscello che si rovesciò impetuosamente nella bocca aperta del ragazzino.

20 Settembre. Crepuscolo. Interno imprecisato

Chico\Carlos si svegliò per l’odore del sangue, non gli ci volle molto per capire che fosse il suo.
Era sdraiato su un tavolaccio di legno.
Caifa in piedi innanzi a lui lordo di plasma guardava uno strano contenitore fluorescente di liquido amniotico dove intrecciati tra loro galleggiavano quattro arti umani che non ebbe difficoltà a riconoscere.
“L’altra metà della formula l’hai immessa nella psiche di Branca vero Carlito? Dove si trova quel depravato?”
“Non ne ho idea” bofonchio il torso umano sul tavolo.
“Muori dannato highlander messicano”
Caifa estrasse il pungiglione dal collo di Chico.
“Di addio a papà” Il demone ruppe l’ago e Carlos evaporò in una piccola nuvola scarlatta.
“Ora non ti preoccupare piccolo, non voglio ucciderti, tanto conciato così non vai lontano ma mammina ha detto che proprio non puoi raccontare in giro di essere uscito dalla sua passerina… quindi..”
Caifa afferrò con violenza la lingua del ragazzino e la recise con la motosega schizzando in ogni dove poi afferrò il busto mugugnante del poveretto e lo scagliò nel liquido amniotico.
“Riposati, è stata una giornata stressante”
Una tremenda risata scosse le fondamenta della piscina di via Zarotto come lo sbadiglio di un migliaio di morti.

20 Settembre crepuscolo, Puerto Lempira

Il sacerdote e le ancelle giacevano a terra. Tutti morti per la violenza del rito. Solo il giovanissimo sudamericano respirava, trafitto da migliaia di raggi di luce.
“Papà, fratello…il demone Caifa non solcherà questo suolo a lungo.. vi vendicherò”
Una sfera dorata avvolse il profeta ed il cielo s’adombrò come se non dovesse mai più tornare il sole.

Dio

venerdì 1 giugno 2007

I segni del destino

20 Settembre, pomeriggio

Branca spalancò finalmente gli occhi. L’ombra proiettata sul suo volto da una maestosa quercia lo protesse dal primo doloroso impatto con i raggi solari. L’ex commissario si tastò il petto e si accorse che la ferita si era completamente rimarginata. I ricordi degli ultimi giorni si agitavano confusi nella mente dell’ex commissario; quello gnomo schifoso che lo trascinava giù per un vortice di visioni assurde e stupefacenti, di fronte alle quali nessun occhio umano avrebbe potuto resistere. Ma Branca, dall’alto della sua iride superiore, aveva osservato tutto con altera indifferenza.
Adesso stava in piedi sulle rive di un lago. Avvicinò la bocca alla superficie dell’acqua. Il liquido gli bagnò le labbra secche, ormai violacee come quelle di un morto. Fu una vera benedizione. Improvvisamente il lago, da puro e cristallino divenne viscido e verdastro. Branca, istintivamente, ormai sazio d’acqua si allontanò. Iniziò a camminare senza meta, seguendo una stradina di montagna. Nel giardino di una vecchia baita diroccata c’era ancora un gruppetto di nanetti in terracotta. Uno di questi, dalla barba scarlatta, sembrò quasi accennare ad un movimento, indicando con la mano una croce posta in cima ad un’altura. Branca iniziò la scalata. Avrebbe potuto volare, è vero, ma preferì inoltrarsi nelle profondità del bosco, per respirare quei profumi che una vita da bassofondo gli aveva negato. Lungo il sentiero si imbattè in un tagliaboschi, intento a recidere rami con la motosega.
“Buon giorno” lo salutò quest’ultimo “non capita spesso di vedere un giovane così forte e bello da queste parti. Va su in cima? Si? Bene allora prenda il mio giubbotto…lei è poco coperto e là fa un cazzo di freddo..se lo metta mi raccomando. Arrivederci”
Su in cima faceva davvero un freddo becco. Sembrava che il vento soffiasse da tutti i punti cardinali. Il cielo imbruniva. Branca indossò il giubbotto del taglialegna. Sulla croce, di fronte a lui, notò un incisione. Si avvicinò per leggerla:
“A Mattia, deceduto su queste alture ed ora e per sempre spirito delle selve. Tuo amato fratello C.Pianini”
Il sole era ormai calato e un’ombra senza fine ricopriva la pianura. L’ex commissario mise le mani in tasca e vi trovò un pezzo di carta. Lo estrasse, stupito, e lo lesse. Poi, ricacciatolo dentro, si portò sul ciglio del precipizio e spiccò il volo.
Le stelle vibravano morbidamente sulla superficie cristallina del Lago Santo mentre un vento impetuoso spezzava di netto il legno della croce trascinandone le schegge sino a valle. Una cometa scivolò nel cielo, puntando dritta sulla città ducale.
Il destino stava mirabilmente chiudendo il suo cerchio.

Superpippo