domenica 24 giugno 2007

La quiete al dì di festa

22 settembre

Semidei arrapati e ninfe seminude libavano in un vaporoso giardino avvolti dalla nebbia e dall’odore del mirto.
Branca si rese immediatamente conto di non essere accolto e neppure respinto dai festanti, vuoi per il nuovo corpo angelico o per chissà quale altro sortilegio.
Come fosse di casa.
Camminava tra la loro indifferenza su un pavimento di aspetto marmoreo e di consistenza incredibilmente soffice.
Un odore guidava i suoi passi, non un obiettivo preciso ma qualcosa di simile ad un sentimento di natura umana lo esortava a muoversi tra Dodo e Mammut, attraverso piante con foglie gigantesche imperlate di rugiada purpurea fino ad un grande cancello avvolto d’edera posto innanzi ad una gigantesca scalinata che sfregiava una immensa ziggurat turchese sormontata da una cupola di foglie dorate di ascendenza secessionista.
I cancelli si spalancarono al suo arrivo, la scala si fece agevole e arrivò in cima nel tempo impiegato per pensarvi.
Come quando si conosce già la strada che si sta percorrendo.
Riusciva a stento a vedere all’interno della cupola: dieci luminose figure incappucciate sedevano lungo la circonferenza interna e al centro una donna in abito rosso stava in ginocchio ma parlava con autorevolezza e timbro maschile.
“Vi chiedo dunque di concedermi il vostro favore o potenti San Pietro del passato e di veicolare la mia elezione all’interno degli animi del conclave. In cambio vi offro le reliquie di Giuda: il tesoro che da anni è proprietà dei demoni del sottosuolo potrà così tornare ai legittimi padroni”
Tutti e dieci risposero all’unisono:
“Il patto è stretto. Tenete nascosta la vostra identità e procurateci le sacre spoglie di Iscariota e sarete Papa. Tornate indietro ora e procedete all’apertura. Costui a questo scopo deve venire con voi”
La cupola si aprì come un fiore dorato proprio davanti a Branca.
La donna in rosso si voltò di scatto.
Come un incontro alla stazione.
“Commissario..”
Il terreno sotto l’angelico depravato si lacerò lasciando sbucare rapidamente centinaia di rose che presero ad intrecciarsi come rampicanti attorno al suo corpo fino ad entrargli nelle cavità orali.
Branca svenne.

La folla che lo stava guardando al suo risveglio aveva un aspetto familiare. Dobermann, nazisti, maghi e monache: era nuovamente al “piano di sotto”.
Era su un palco dall’aspetto tanto turpe quanto antico, un Altare del Tempo.
Cardinali con la mano destra gli premeva la testa su un cuscino di velluto posto su una colonna dorica. La colonna gemella presentava un irriconoscibile torso umano che C reggeva con la mano sinistra.
Mentre parole incomprensibili echeggiavano nella sala delle cerimonie Branca non trovò altro cui pensare che non fosse deflorare quei due bellissimi fanciulli sudamericani in prima fila.
Uno dei due gli pareva di conoscerlo da tempo per quanto fosse impossibile trovar conferma in quei bulbi bianchi e verdi, immoti, quasi privi di vita.
Come l’occhio del ciclone.

Dio

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