venerdì 8 giugno 2007

La strage dell'innocente

21 settembre, mattina

Una schifosa e viscida lucertola si infilò in una crepa del muro, raggiungendo agilmente la sala delle torture. L’orribile creatura verde e squamosa addentò qualcosa, simile ad un pezzo di carne umana, indistinguibile nella penombra. Poi risalì la parete sino al condotto di areazione, attraverso il quale si procurò una comoda via d’accesso alla sala fumatori di un vicino circolo Arci. Lì, ad aspettare il rettile, stava seduto al tavolo un gigantesco uomo vestito di lana sudicia. Questi accarezzo il suo piccolo servitore, strappandogli il bocconcino dai denti. Quindi infilò il prezioso reperto in un sacchetto di plastica e se ne andò senza pagare il conto. Si trattava del resto di una lingua umana mozzata.

21 settembre, sera

Quella sera al Covaccio c’erano proprio tutti: il Barone, Murena e i suoi scagnozzi, la gang dei portoricani, un gran numero di prostitute e travestiti e persino il Bello con i suoi quattro pistoleri. Si brindava ad un futuro di prosperità e potere, nel segno del dominio di C. I bookmakers del retro bottega lo davano ormai per favorito anche se le voci di un probabile ritorno sulla scena di Caifa spaventavano un po’ tutti. A notte fonda la porta del locale si aprì inaspettatamente. A solcare quella soglia fu un bambinetto di sei anni, dai lineamenti ispanici.
“Che fai qui” lo ammonì il barista “questo posto non fa per te”
“Come questa terra non fa per i nemici della mia famiglia” sentenziò il piccoletto, mostrando i suoi occhi così belli e penetranti. “Ditemi dov’è Caifa!”
“Questo pivello ha voglia di scherzare” borbottò un beone flaccido e sudaticcio “Lo avrà mandato C per farci un regalino…su vieni con me sul retro che ti faccio mangiare un bel calippo!”
“Dov’è Caifa!” replicò l’ispanico, con ancor più convinzione. I suoi occhi scintillavano.
“Ma è nel retrobottega, nei pantaloni di Murena” gridò uno dei bifolchi. Si levò una gran risata collettiva, simile ad un grugnito. Gli occhi del bambino assunsero allora una tinta indefinita, il colore del cosmo, ed il suo corpo si circondò di un’aura luminosa come il sole.
La masnada del covaccio non si accorse nemmeno della sua scomparsa. Continuarono a ridere come indemoniati. Nessuno riusciva più a smettere di sghignazzare. All’inizio sembrava divertente, poi qualcuno iniziò a sudare freddo. Ciascuno era ormai preda di una risata isterica e senza sosta. Le mascelle di quei disgraziati si aprirono sempre più, sino a squarciare i muscoli della faccia. Poi iniziarono tutti a rigurgitare sangue, contorcendosi sul pavimento in preda a spasimi di dolore, pregando per una morte rapida che, loro malgrado, non arrivò. L’agonia si agitò ancora per alcune ore, finchè i loro corpi non furono quasi completamente dissanguati.
La pozzanghera rossa si raccolse al centro della stanza, defluendo in un tombino di scarico. Il fiume scarlatto scese così nelle profondità della terra.
Quella sera i demoni del sottosuolo, custodi del Reliquiario, si consolarono con quell’appetitoso antipasto. Questo li avrebbe tenuti a bada almeno per un paio di giorni, almeno fino alla sera dell’equinozio, la sera della portata principale.

Superpippo

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